Vino, Venica&Venica resiste a dazi e calo del consumo dei giovani: «Ora cerchiamo nuovi mercati»

L’azienda goriziana ha chiuso il 2025 con 4 milioni di fatturato e continua a crescere nel segmento premium

Giulia Basso

 

C'è un vino, in cantina a Dolegna del Collio, che per novantacinque anni non è mai comparso in nessun listino. Un metodo classico a base Pinot Nero che la famiglia Venica produceva solo per sé, da bere tra amici, mai pensato per il mercato. Nel 2030, per il centenario dell'azienda, quel segreto conviviale diventerà il primo spumante mai commercializzato da Venica & Venica: la novità più attesa di un anniversario che la cantina del Collio si prepara a festeggiare non con un lancio confezionato a tavolino, ma pescando dalla propria storia di famiglia.

È un modo di procedere che racconta bene la filosofia di un'azienda arrivata alla quarta generazione: quaranta ettari vitati e cinquanta di bosco, su una proprietà di circa novanta ettari complessivi, per una produzione media di trecentomila bottiglie l'anno, in linea con le quattro o cinque realtà di riferimento del Collio. Sedici etichette in catalogo, un fatturato 2025 di quattro milioni di euro per la sola attività vitivinicola, tre dei quali realizzati in Italia, per l'83% nel canale della ristorazione e per il 12% attraverso la vendita diretta in bottega.

Tutto comincia il 6 febbraio 1930, quando Daniele Venica, mezzadro di Mernico, acquista la casa colonica e i vigneti che restano ancora oggi il corpo centrale dell'azienda. Gli succede il figlio Adelchi, che nel dopoguerra sceglie di non emigrare e apre nel 1972 una trattoria, primo germoglio dell'attuale vocazione all'ospitalità. Con la terza generazione, i fratelli Gianni e Giorgio, l'azienda inizia a imbottigliare in proprio; oggi la quarta generazione, con Giampaolo e Serena già operativi, costruisce gradualmente il passaggio verso il centenario. È un percorso che Ornella Venica, in azienda dal 1988 e da sempre voce narrante del mercato italiano, racchiude in una formula: «Dal wine drinking al wine living», il vino che da status symbol diventa esperienza di territorio, e il territorio che si scopre attraverso il vino.

Per l’azienda vitivinicola gli Stati Uniti restano il primo mercato estero: dopo un avvio facile e un rallentamento legato ai dazi introdotti dall'amministrazione Trump, la fase attuale è di stabilizzazione. La strategia, però, punta a diversificare: oltre ai mercati austriaci, tedeschi, svizzeri, si sta lavorando su nuove destinazioni, come il Regno Unito, per ridurre nel tempo il peso di un solo interlocutore extraeuropeo. Resta come riferimento un target dalla capacità di spesa medio-alta, coerente con le trasformazioni più ampie del settore: il commercio mondiale del vino, dopo il picco di 39,21 miliardi di euro del 2022, è sceso a 35,97 miliardi nel 2024, mentre le generazioni più giovani si allontanano dal consumo tradizionale a favore di cocktail pronti, birra o bevande analcoliche, e cresce, in controtendenza, il segmento premium.

Sul fronte della responsabilità sociale, al Bilancio di Sostenibilità pubblicato dal 2019 si è aggiunta nel 2024 la certificazione di parità di genere Uni/PdR 125/2022, terza realtà del settore in Italia dopo Ruffino e Antinori. Sul prodotto, ai due alfieri del progetto «Spirito del Luogo», il Sauvignon Ronco delle Mele e il Friulano Ronco delle Cime, si affianca da tempo Extempore, Sauvignon affinato in legni piccoli nato nel 2004 e oggi rilanciato attraverso nuove occasioni di racconto pubblico: il Sauvignon, in quattro etichette diverse, rappresenta da solo oltre un terzo della produzione totale. Il Wine Resort e l'enoteca intercettano un flusso in crescita, con 2.200 visitatori lo scorso anno, mentre la collaborazione con gli altri produttori del Collio resta, per Ornella, l'unico modo per raccontare fino in fondo un territorio che nessuna cantina, da sola, potrebbe descrivere del tutto.

 

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