Urso e la crisi più difficile: «Su Electrolux non abbiamo mollato, ha vinto la squadra Italia»

L’analisi del ministro delle Imprese sulla trattativa durata oltre sei mesi: «Ruolo importante per Porcia e Susegana, lo dimostrano gli investimenti. Azione di Bruxelles decisiva per mettere in sicurezza l’elettrodomestico»

Maurizio Cescon

Una trattativa a più riprese costellata da difficoltà. E c’è stato anche il timore di non farcela. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, in questi sei mesi da quando è scoppiata la crisi Electrolux che coinvolge 5 fabbriche in Italia, è stato sempre in prima linea.

Anche la scorsa notte, fino all’una e mezza, quando finalmente sono state apposte le firme sui documenti dell’accordo quadro. Investimenti, uscite volontarie, produzione, sviluppo tecnologico, innovazione, prospettive del settore in Italia: tutto è stato messo nero su bianco. Adesso la parola passerà ai lavoratori, per la ratifica. Intanto il ministro Urso ripercorre le varie tappe della vicenda.

Lei è stato buon profeta nel ritenere, alla vigilia, che la trattativa Electrolux sarebbe andata a oltranza. È stata una trattativa più o meno difficile rispetto a quella riguardante la crisi gemella di Beko?

«Non ho fatto una profezia, ma espresso una necessità. Se non avessimo raggiunto una intesa condivisibile e sostenibile entro la notte di martedì, non saremmo riusciti a preservare gli stabilimenti in Italia dal piano di dismissioni e ristrutturazione che la multinazionale svedese intende realizzare e le cui decisioni saranno prese nelle prossime ore».

Il piano Electrolux, rispetto a quello lacrime e sangue iniziale che prevedeva fino a 1.719 licenziamenti e una forte riduzione della produttività, anticamera di un disimpegno dell’azienda nel nostro Paese, è stato molto modificato. A chi va il merito di questa azione efficace che ha portato i suoi frutti?

«All’azione congiunta, coesa, di tutti gli attori: governo, sindacati, associazioni di impresa, regioni e comuni, con il supporto delle forze politiche. Abbiamo dato dimostrazione di come il lavoro comune porta risultati concreti e duraturi nel tempo. Ha vinto la squadra Italia in una competizione molto difficile. Ringrazio i lavoratori per la loro perseveranza e anche l’azienda che ha compreso quanto importante fosse questo obiettivo».

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La redazione
Una manifestazione dei lavoratori Electrolux a Susegana

A Nordest ci sono due importanti stabilimenti dell’elettrodomestico: grazie a questo accordo si potrà dare continuità all’intero settore nei prossimi anni? Quale sarà il ruolo di Porcia e Susegana alla luce dell’accordo?

«Un ruolo importante come dimostrano le risorse che saranno investite nei due stabilimenti: oltre 32 milioni a Porcia e 18,5 milioni a Susegana, più della metà del complessivo che raggiunge i 100 milioni. E come dimostrano i volumi produttivi: 668 mila pezzi a Porcia e 515 mila a Susegana».

C’è stato un momento in cui ha temuto che non si raggiungesse l’intesa?

«Più volte in questi sei mesi e anche nelle ultime ore della trattativa, ma non abbiamo mai mollato, intervenendo quando necessario, con garbo e determinazione».

Quali sono stati gli ostacoli più difficili da superare?

«Passare dai licenziamenti agli esuberi incentivati e volontari, peraltro ridotti alla metà di quanto preventivato in un primo momento. È il nodo che ogni volta dobbiamo sciogliere per convincere le parti che è possibile un’intesa condivisibile e sostenibile».

Lei si sta spendendo molto, in sede europea, per mettere in sicurezza settori strategici come automotive ed elettrodomestico. Quanto lavoro ancora c’è da fare?

«Il vero nodo da sciogliere, quello più intricato e difficile, è proprio a Bruxelles, perché non dipende solo da noi. Vale per l’elettrodomestico, su cui abbiamo già ottenuto rassicurazioni dal vicepresidente Séjourné e il supporto di Germania, Francia, Spagna, Polonia e Slovacchia. Vale per l’auto, su cui finalmente si aprono nuove prospettive ancora una volta per iniziativa dell’Italia. Dobbiamo insistere, questi sono mesi decisivi. Noi non molliamo, mai. Perché sappiamo cosa sia il lavoro e come va tutelato. Lavoro e impresa».

La concorrenza cinese fa paura. I dazi sono l’unico strumento che abbiamo per contrastare l’invasione, ogni giorno più aggressiva, di merci dall’Oriente?

«Non l’unico, ma talvolta necessario. Pensiamo alle recenti misure per contrastare l’invasione dei piccoli pacchi il cui contenuto spesso viola le regole sanitarie e ambientali europee. Pensiamo a quanto fatto per l’acciaio le cui misure di salvaguardia sono scattate il primo luglio. La difesa è necessaria, ma mai sufficiente. Servono le riforme interne, semplificazioni e sburocratizzazione, serve un mercato unico dell’energia, una visione pragmatica della sostenibilità. Serve cambiare la politica energetica, industriale e commerciale dell’Unione. L’Italia ha indicato la via, molti ora ci danno ragione».

 

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