Rifiuto del trumpismo, ma i dazi non arretreranno: meno export verso gli Usa per le imprese del Nordest
La vittoria democratica alle elezioni di midterm negli Usa non cambierà la politica dei dazi di Trump. L’export italiano verso gli Stati Uniti è calato del 10% in un anno, penalizzando settori chiave del Nordest: per le imprese resta centrale diversificare i mercati e ridurre l’incertezza commerciale

Più di qualche imprenditore del Nord Est avrà brindato alla vittoria del Partito democratico nelle elezioni americane di mid term, ma non tanto per affinità ideologiche, quanto nella speranza venga fatta marcia indietro sulla politica tariffaria alle importazioni della presidenza Trump. Del resto, l’impatto di questa politica sulle nostre esportazioni non è stato affatto irrilevante: come ha documentato il Centro Studi Confindustria, al netto di farmaceutici e cantieristica, l’export italiano negli USA è diminuito del 10% negli ultimi dodici mesi.
Nel Nord Est a farne le spese sono stati settori chiave della nostra manifattura: sistema moda, occhialeria, mobile-arredo, alimentare e vino. Gli Stati Uniti sono del resto il più importante mercato extra-europeo per il Nord Est, sul quale sono esposte ben ottomila imprese, metà delle quali contano oltre Atlantico più del venti per cento delle vendite all’estero. Sarebbe tuttavia illusorio attendersi che la politica commerciale possa significativamente cambiare con la nuova maggioranza democratica a Washington.
L’impatto dei prezzi
Certo, è difficile non vedere come il tema chiave della campagna elettorale, quello dell’inflazione, riguardi anche scelte di politica estera. Secondo l’ufficio statistico federale, l’aumento dei prezzi al consumo, che negli Stati Uniti sfiora su base annua il 4%, è per almeno un quarto attribuibile ai rincari energetici, frutto della sciagurata guerra in Medio Oriente. Anche i dazi imposti da Trump, costituendo una tassa sul consumo di beni importati, portano comunque una parte di responsabilità. Tuttavia, va anche riconosciuto che l’impatto sui prezzi è stato inferiore al previsto.
Questo per almeno tre motivi. Il primo dovuto alla revisione in corsa della politica commerciale così come inizialmente annunciata, con l’esclusione di alcuni beni essenziali – farmaci in primis, ma anche i semiconduttori necessari ad alimentare la vorace filiera dell’Intelligenza artificiale e dei Data Center – la cui sostituzione con produzioni interne richiede tempo e sarebbe comunque costosa. Il secondo perché gli esportatori più esposti sul mercato americano si sono assunti una parte dell’onere tariffario, riducendo i margini o cercando, per quanto possibile, di recuperare efficienza lungo la filiera.
Il terzo perché le dimensioni del mercato americano (un quarto del Pil mondiale e poco meno di un quinto delle importazioni globali) sono tali che una barriera all’ingresso crea un eccesso temporaneo di offerta, con un effetto deflattivo sui prodotti colpiti: un esempio è la diversione commerciale delle auto cinesi inizialmente prodotte per il mercato americano e ora dirette su altre destinazioni, processo che esercita una pressione al ribasso sui prezzi dell’industria automotive in tutto il mondo. Nel medio periodo l’offerta si aggiusta e i prezzi tornano in equilibrio, ma nel breve termine i prezzi scendono, contenendo perciò la crescita dell’inflazione degli altri beni.
La ricostruzione di un nuovo ordine
In ogni caso, possiamo prevedere che la nuova maggioranza democratica non chiederà cambiamenti significativi alla politica commerciale di Trump. Il motivo è che tale politica intende rispondere a un obiettivo di fondo che nessuno a Washington contesta: quello di ricostruire una base manifatturiera sul territorio Usa scesa sotto il livello di guardia (8% dell’occupazione totale, contro un valore due volte superiore in Europa e quasi tre in Cina), al fine di garantire autonomia strategica e favorire posti di lavoro dignitosi anche all’esterno delle grandi aree metropolitane.
Non è detto che la politica commerciale sia lo strumento più efficace per questo obiettivo, ma difficilmente i democratici si opporranno a tale strategia. Non lo ha fatto Biden con i dazi imposti alla Cina dalla prima amministrazione Trump, non lo faranno adesso Ossoff, Talarico o El-Sayed, che hanno raccolto consensi anche in quella classe media che chiede protezione contro il rischio di un’ulteriore deindustrializzazione.
Per le imprese italiane e del Nord Est non si tratta, però, solo di cattive notizie. Un’indagine dell’Istituto Tagliacarne mostra, infatti, che proprio le imprese che esportano oltre Atlantico presentano anche un portafoglio-paesi più diversificato, che ha consentito loro di assorbire lo shock tariffario meglio anche delle imprese non esposte sul mercato americano. Del resto, questo shock è servito a risvegliare anche la diplomazia europea, che ha così trovato una spinta per la chiusura di accordi commerciali di libero scambio in freezer da tempo (come quello con il Mercosur) e per aprirne di nuovi (con India, Australia, Messico, Indonesia e Thailandia).
Ciò che possiamo auspicare è semmai che con la maggioranza democratica inizi la ricostruzione di un nuovo ordine commerciale internazionale, poiché più che i dazi, è l’incertezza sulle regole degli scambi che spaventa le imprese.
Riproduzione riservata © il Nord Est








