Unifarco oltre i 200 milioni: «La crescita passa dall’estero e dalla forza delle farmacie»
Il presidente Luigi Corvi: «Germania a doppia cifra, lo spazio nei mercati europei è ancora grande». La nuova identità recupera l’antico mestiere con l’aggiunta della parola Laboratori nel brand. Gli investimenti nella produzione e nella logistica e il ruolo del socio finanziario Arca Space

Il laboratorio nel retro della farmacia ai piedi delle Dolomiti è diventato una fabbrica, poi una rete europea di farmacie da servire attraverso preparati coperti da 31 brevetti, dalla cosmetica alla dermatologia agli integratori. Quel luogo di ricerca e sperimentazione oggi ritrova un posto anche nel nome. Unifarco aggiunge “Laboratori” al suo brand e riporta in primo piano il mestiere sul quale ha costruito la sua fortuna: fare prodotti che consentano al farmacista di metterci la competenza, oltre all’etichetta. Solo che intorno, da quel retro bottega animato da alambicchi, beute e becher, è cambiato quasi tutto. Le catene comprano farmacie, il web confronta i prezzi, gli influencer orientano gli acquisti e l’intelligenza artificiale entra nella conversazione prima ancora del farmacista.
Luigi Corvi, presidente del gruppo bellunese, parte da qui per raccontare il passaggio. Alle spalle c’è l’ingresso di Arca Space Capital, entrato nel capitale nel 2025 con nuove risorse, davanti un’Europa nella quale replicare l’avventura in Italia. Nel passaggio tra il primo e il dopo un 2026 che, nelle previsioni del presidente, porterà i ricavi oltre i 200 milioni di euro.
Corvi, siete diventati grandi e rimettete il laboratorio nell’insegna. Perché?
«È quasi un ritorno alle origini. La farmacia nasce dal laboratorio galenico e noi idealmente abbiamo sviluppato un grande laboratorio a supporto dei singoli farmacisti. Con Unifarco Laboratori vogliamo rendere evidente che presidiamo tutta la filiera: dalla ricerca e sviluppo alla produzione, alla distribuzione, fino alle sei farmacie di proprietà, che sono il nostro laboratorio di retail. Non siamo soltanto un’azienda commerciale: il prodotto lo facciamo nascere e lo sviluppiamo dal pensiero iniziale».
Che cosa deve difendere oggi una farmacia indipendente?
«Il valore del consiglio e la propria identità. Quando ho iniziato c’erano le grandi marche, che con la pubblicità generavano la domanda, oppure il medico, che la orientava con la prescrizione. Il farmacista ha poi sviluppato la capacità di costruire fiducia attraverso il proprio consiglio, anche grazie ai prodotti Farmacisti Preparatori. Oggi il cliente arriva già con un’idea di quello che vuole: ci sono i social, gli influencer, l’intelligenza artificiale. E con l’e-commerce può confrontare prezzi e alternative».
Nel frattempo sono arrivate le catene. Il singolo farmacista ha ancora la forza per competere?
«È aumentata la pressione competitiva, ma anche la complessità organizzativa. Basta pensare alla difficoltà di trovare personale laureato e specializzato. Per questo serve più forza intorno al farmacista. Il nostro obiettivo è dare a ciascuna farmacia più strumenti per essere unica e rimanere indipendente per scelta».
Vediamo i conti: come chiuderete il 2026?
«La crescita generale di Unifarco Spa è intorno al 6%. Nel gruppo consolidato supereremo i 200 milioni di euro di fatturato. Stiamo crescendo in tutti i marchi e in tutti i Paesi nei quali operiamo. Nel perimetro ci sono anche le farmacie di proprietà: erano cinque, sono diventate sei nel corso dell’anno. Sono i nostri punti di riferimento sul territorio e il luogo nel quale sperimentiamo le attività da sviluppare».
L’Italia continua a pesare molto. Dove cercate la prossima dimensione?
«L’Italia rappresenta circa il 50% dell’attività. Abbiamo già raggiunto dimensioni per le quali crescere del 3-4% è un risultato importante. La Germania, invece, cresce ancora a doppia cifra: abbiamo investito con una filiale e la consideriamo una grande opportunità. L’Austria, dove siamo presenti da oltre 25 anni, continua a svilupparsi. In Francia incontriamo più difficoltà, pur mantenendo un segno positivo, anche per la complessità del contesto economico e finanziario».
Quanto spazio c’è ancora in Europa?
«Paesi come Germania, Spagna e Francia hanno potenzialità simili a quelle dell’Italia. Dovremmo poter sviluppare in ciascuno di questi mercati dimensioni paragonabili a quelle italiane. Lo spazio di crescita è enorme».
Con quante farmacie lavorate?
«Circa settemila, delle quali tremila in Italia. Qui abbiamo un modello che lavora per esclusive territoriali, con farmacie storiche alle quali garantiamo questo rapporto. La Spagna è il secondo mercato per numero di clienti e fatturato, con 1.500-1.600 farmacie. In Germania le realtà clienti sono tra 1.100 e 1.200, ma i punti vendita sono di più perché una farmacia può avere più filiali. In Austria siamo vicini alle quattrocento».
Quali marchi stanno facendo la differenza?
«Quelli legati all’informazione medico-scientifica: Biomalife e Ceramol. Quest’anno insieme supereranno i 40 milioni di euro di fatturato. Li abbiamo riuniti nella business unit Biomedical, che non è una società separata. Alla distribuzione in farmacia e al consiglio del farmacista si affianca il lavoro con medici e nutrizionisti: gastroenterologi per Biomalife, dermatologi, allergologi e pediatri per Ceramol. Sono i due marchi che crescono maggiormente».
E il resto del portafoglio?
«Tutti i marchi hanno un segno positivo. Va bene Farmacisti Preparatori, va bene Dolomia, soprattutto nella cura della pelle, con nuovi lanci. MyCli si sta sviluppando positivamente in Italia ed è presente anche in Austria e in Cina, dove opera attraverso il cross-border».
Dopo Villorba, dove producete integratori, avete investito ancora nel Bellunese. Che cosa cambia in fabbrica?
«Abbiamo realizzato una nuova struttura tra Santa Giustina e Sedico per concentrare e automatizzare una parte importante della gestione di materie prime e semilavorati su pallet. Prima utilizzavamo magazzini diffusi nell’area, anche a venti chilometri di distanza, con la necessità di trasferire continuamente i prodotti. Ora riduciamo il traffico su gomma e le emissioni. E miglioriamo la sicurezza: nelle strutture automatizzate le persone non entrano, evitando i rischi legati alla movimentazione con i muletti».
Il prezzo resta però un terreno sul quale il cliente vi confronta ogni giorno. Come si esce dalla gara allo sconto?
«Mio padre mi ha sempre insegnato che l’abbassamento del prezzo è l’ultima risposta, quando non hai altri elementi per spiegare il tuo essere differente e perché devono sceglierti. Non possiamo vendere l’acqua al prezzo dell’oro, ma possiamo rendere distintiva l’offerta attraverso qualità e innovazione. Siamo arrivati a 25 brevetti registrati e cinque in via di registrazione, tra cosmetica e integratori».
Nel capitale è entrato Arca Space Capital. Che cosa vi ha chiesto il socio finanziario?
«Ci ha dato rigore e stimoli, che erano ciò che ci aspettavamo. Con un approccio sano, senza l’ansia del risultato trimestrale o della ricerca dell’Ebitda. Ci ha spinto, nel senso buono, a pianificare, a rivedere con attenzione i programmi e a ragionare in modo più strutturato e più ampio sulle aree di crescita che avevamo già individuato».
Che mercato vede per il prossimo anno? La crescita degli ultimi anni tiene?
«Non è un momento facile. Nella cosmetica veniamo da anni di crescita intorno al 5-6%, sia nei consumi sia nella produzione, ma oggi dobbiamo lavorare per conquistare quote, senza contare soltanto sulla spinta del mercato. Negli integratori la domanda si allarga anche fuori dal canale farmacia, con il rischio però che il prodotto venga banalizzato. Noi puntiamo sulla formazione e su strumenti che aiutino il farmacista a individuare ciò che serve davvero alla persona. Quanto allo sviluppo internazionale, Germania, Spagna e Francia hanno potenzialità paragonabili a quelle dell’Italia: per noi lo spazio di crescita resta enorme».
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