Poli (Assocarta): «Le cartiere rischiano di chiudere, energia e concorrenza ci soffocano»

L’allarme di Lorenzo Poli, presidente di Assocarta. «La bolletta del gas potrebbe superare 1,5 miliardi di euro. A rischio il Nordest dove si trova il 20% degli stabilimenti»

Edoardo Bus

«L’industria della carta sta attraversando il momento più difficile nella sua storia. Rischiamo di chiudere e i motivi principali sono due. Il costo spropositato dell’energia in Italia e la concorrenza asiatica che non ha i vincoli sociali e ambientali europei e per questo riesce ad offrire prezzi migliori». Ne è convinto Lorenzo Poli, presidente nazionale di Assocarta e vicepresidente di Confindustria Verona, allarmato dalla situazione, tanto da aver firmato insieme alle organizzazioni sindacali del settore un documento congiunto indirizzato a Governo e all’Europa.

Cosa chiedete?

«Vogliamo interventi urgenti e strutturali per difendere la competitività, la continuità produttiva e l’occupazione di un settore che è un protagonista dell’economia circolare italiana. L’aumento del costo del gas e delle materie prime rischia di compromettere seriamente la competitività del settore cartario del nostro Paese, che si è sempre distinto per capacità di innovazione, per politiche industriali, per occupazione, per l'impulso dato all'economia circolare. Basti dire che nel 2026 il prezzo del gas è passato da circa 35 euro/Mwh a febbraio ai circa 105 euro/Mwh a oggi. Una dinamica che potrebbe far raddoppiare la bolletta annuale del gas del comparto a oltre 1,5 miliardi di euro, portando il peso dell’energia sul fatturato sopra il 25%».

Quali sono le cause principali di questa situazione?

«I mancati interventi del governo per sanare una situazione di disparità che esiste tra nazioni europee. Noi paghiamo l’energia molto più cara di quanto non avviene per le imprese tedesche, francesi o spagnole. Si è intervenuti lo scorso aprile con l’approvazione di un “decreto bollette” che dovrebbe ridurre gli oneri generali di sistema e i costi dell'energia, favorire la concorrenza nel mercato del gas e contenere i costi di approvvigionamento. Ma la realtà dice che prima di vederne gli effetti dovremo aspettare almeno un anno. Intanto noi siamo strangolati dai costi Ets».

Cosa prevede l’Emission Trading System europeo?

«Si tratta di un sistema di scambio delle quote di emissione di anidride carbonica, un meccanismo con cui l’Unione Europea cerca di ridurre l’inquinamento. Le aziende che producono energia o appartengono a determinati settori industriali devono acquistare dei permessi per poter emettere Co2. Chi inquina di più deve sostenere un costo maggiore, mentre chi riduce le emissioni può risparmiare o vendere le quote non utilizzate. Peccato che le quote siano preda della speculazione finanziaria, per cui l’ultimo aumento del 26 abbia fatto raddoppiare i valori del 2025. E che la fiscalità nazionale non restituisca adeguatamente a chi, fra gli energivori come noi, fa investimenti per essere meno inquinanti. Per il settore stimiamo maggiori costi per un miliardo in cinque anni».

C’è poi il problema della concorrenza asiatica.

«La crescita delle importazioni asiatiche di carta e cartone, compresa la carta tessuto, è superiore al 31% nella prima metà dell’anno. È sempre maggiore la penetrazione da Cina, India, Vietnam e Indonesia. Frenati negli Stati Uniti dai dazi di Trump si riversano da noi vendendo a qualunque prezzo. Paesi che non sono sottoposti ai nostri vincoli sociali, regolamentari e ambientali, per cui devono sopportare costi diversi. Siamo al paradosso che siamo arrivati al punto da esportare là la nostra carta da macero per poi importare qui il prodotto finito. Senza considerare il fenomeno degli imballaggi dei tanti pacchetti che continuano ad arrivare per posta dalla Cina, che non è ancora stato ridimensionato».

Un quadro drammatico.

«Già oggi la nostra “impronta carbonica” è diminuita del 15%, ma perché abbiamo avuto un 15% di industrie chiuse. Non riusciamo ad essere competitivi nemmeno con i Paesi europei a causa di prezzi dell’energia diversi. In più c’è il differenziale tra Ttf, punto virtuale dove si forma il prezzo del gas europeo, e Psv, il punto virtuale di scambio italiano, di almeno quattro euro. Un balzello in più che siamo gli unici a pagare in Europa e che dovrebbe compensare i costi di trasporto della materia prima, che ha comportato un extra costo per il settore cartario di 60 milioni nel ’25. Vogliamo tutele per un comparto che rappresenta un pilastro dell’economia nazionale: circa 8 milioni di tonnellate di produzione annua, quasi 8 miliardi di euro di fatturato e 18.700 addetti in 150 cartiere. Una filiera che, includendo trasformazione, grafica e tecnologie collegate, supera i 26 miliardi di euro di valore e coinvolge circa 162.000 lavoratori. Ma, intanto, per il 2026 stimiamo un aumento delle ore autorizzate di cassa integrazione fino a 7 milioni, per un costo di circa 58 milioni di euro a carico dell’Inps.

Ci sono rischi anche per l’industria del Nordest?

«I rischi a questo punto ci sono per tutti. Dei 150 stabilimenti italiani, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia ce ne sono il 20% circa, che rappresentano il secondo polo nazionale di produzione cartaria, grafica e imballo. La possibilità è che a Nordest le difficoltà attuali si traducano in nuove fermate degli impianti, ristrutturazioni e perdite di posti di lavoro, con ricadute sull’intera filiera».

 

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