Un quarto delle Pmi del Nordest non sa a chi lasciare le redini
La rilevazione mensile della Bussola dell’Economia del Nordest di Finergis. Il 49,6% delle imprese pensa sia opportuno aprire l’impresa a terzi. Il 25,2% vuole mantenere la proprietà, ma un altro 25,2% non ha una strategia

Il rarefarsi delle giovani generazioni ha molteplici risvolti: scuole che non riescono a formare classi, imprese che non reperiscono manodopera disponibile e imprenditori che non riescono a fare il passaggio generazionale.
Sotto questo profilo possiamo mettere in luce due aspetti distinti, ma complementari fra loro: la continuità d’impresa e il passaggio generazionale.
Questi temi sono oggetto della rilevazione svolta presso un ampio gruppo di testimoni privilegiati fra imprenditori e manager di piccole e medie imprese interpellati da Community Research&Analysis per i Quotidiani del gruppo Nem, con Ben – Bussola dell’Economia del Nordest. Ben è promosso da Finergis, società consortile cooperativa di garanzia collettiva fidi per monitorare in modo continuativo l'economia del territorio e raccogliere la voce diretta delle Pmi del Nordest, al fine di comprenderne esigenze, criticità e prospettive di sviluppo.
La prima questione riguarda la continuità d’impresa, ossia la prospettiva dell’azienda di continuare nel tempo, oltre l’esistenza del fondatore.
Gli esiti della rilevazione evidenziano una pluralità di intenzioni e una problematicità di fondo.
Detto che quasi un quinto (19,1%) non ha sviluppato ancora un’idea sull’argomento o è disinteressato alla questione, il 35,7% immagina strategie di uscita vendendo o liquidando l’azienda.
Per converso, meno della metà (45,2%) prefigura una continuità soprattutto all’interno dell’ambito familiare (34%) oppure aprendola a capitali terzi (11,2%).
Appare evidente che, a fronte di simili previsioni, il tessuto produttivo locale è destinato in prospettiva a conoscere un rivolgimento significativo.
Il secondo tema, correlato al precedente, riguarda il passaggio generazionale, argomento non nuovo, ma particolarmente avvertito in questo momento.
Circa l’85% delle imprese è a carattere familiare e di queste si stima che il 30% supera la seconda generazione, il 12% la terza e solo il 4% la quarta.
Quindi, è necessaria una pianificazione anticipata delle strategie da assumere, per non trovarsi impreparati quando si dovrà affrontare concretamente il passaggio generazionale.
Per un terzo (36%) l’impresa non vivrà la questione del passaggio generazionale o terminerà con il fondatore.
Il 20,8% sta vivendo la transizione o l’ha fatta nel recente passato, mentre è un tema all’orizzonte per ben il 43,2%. Quindi, complessivamente il 64% delle Pmi nordestine è (o è stato in passato o sarà in futuro) attraversato dalla questione. Per più della metà (52,9%) è un tema spinoso da affrontare, ma superabile, cui si aggiunge il 9,2% che lo ritiene difficile e problematico.
Dunque, siamo di fronte a una transizione rilevante che mette in gioco gli equilibri familiari non solo dal punto di vista economico, ma anche relazionale, affettivo e psicologico.
Sotto l’etichetta del “passaggio generazionale” si celano situazioni diverse fra loro.
Un decimo dei titolari interpellati non ha figli cui trasmettere l’azienda (10,5%) e il 6,3% preferisce vendere o lasciare l’impresa ad altri soggetti.
Per queste entità si prefigura così una discontinuità nella conduzione.
Un altro 10,9% ha figli, ma sa già fin d’ora che non sono interessati a prendere il testimone, cui si aggiunge un altro 15,5% che li ha coinvolti, ma non sa ancora se saranno interessati.
Infine, poco meno della metà (46,8%) ha figli che stanno studiando per prendere le redini o sono già operativi in azienda.
Così, per i due terzi di imprese che affrontano il passaggio generazionale, poco meno della metà ritiene di poter contare sulla ragionevole certezza di realizzare la consegna del testimone.
Ma con quale strategia si ritiene più opportuno affrontare la questione?
Emerge qui un paradosso. Per un verso, pare diffusa la consapevolezza che, in modi diversi, sia opportuno aprire l’impresa a terzi (49,6%), mentre il 25,2% ritiene si debba mantenere la proprietà esclusivamente all’interno della famiglia e una quota analoga (25,2%) non ha idea di cosa fare.
Dall’altro verso, però, affinché l’esito del passaggio sia positivo gli interpellati si dividono quasi a metà fra chi pensa utile coinvolgere un soggetto esterno alla famiglia (soprattutto consulenti: 55,5%) e chi invece vorrebbe gestire tutto fra le mura del nucleo familiare (44,5%).
Alla fine, la consapevolezza che l’impresa sia un valore sociale condiviso e non un’esclusiva proprietà di chi l’ha fondata, deve ancora compiere diversi passi.
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