Salvataggio dell’ex Ilva: la cordata italiana pronta al dietrofront
Per i 15 acciaieri l’intervento a Taranto è «fuori portata». A pesare sarebbero le condizioni critiche degli impianti. Il tempo per presentare le offerte scade l’8 novembre

Il tentativo di arruolare i principali protagonisti della siderurgia italiana nel salvataggio dell’ex Ilva sembra ormai arrivato al capolinea. L’orientamento emerso dalla riunione che ieri mattina ha visto di nuovo a confronto le quindici imprese della cordata guidata dal presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, è quello di sfilarsi e non presentare un’offerta vincolante per Taranto. Ufficialmente nessuno parla, ma la maggioranza degli acciaieri coinvolti considera l’intervento semplicemente «fuori portata». Il consorzio si è preso ancora 24-48 ore di riflessione prima di formalizzare la decisione al governo, ma negli ambienti vicini al dossier il convincimento a ritirarsi appare ormai consolidato.
A pesare sulla resa degli industriali — tra cui spiccano nomi della siderurgia nordestina come Abs, Pittini, Acciaierie Venete e Acciaierie Beltrame — sono le condizioni critiche degli impianti emerse dalla due diligence e i costi collaterali dell’operazione. Un quadro ulteriormente azzoppato dalla sentenza della Cassazione che ha confermato lo stop dell’area a caldo e lo spegnimento degli altiforni, riducendo il perimetro industriale su cui fondare un eventuale rilancio dell’ex Ilva.
Nel caso della cordata italiana, in verità, l’interesse riguarda soprattutto l’area a freddo, vale a dire i laminatoi, da alimentare inizialmente con bramme acquistate sul mercato e in prospettiva con uno, due forni elettrici da realizzare e installare ex novo nell’area, a fronte di un investimento tutt’altro che banale e non necessariamente accolto a braccia aperte dal territorio.
Perché quello dell’incertezza è un tema che pesa, non meno delle condizioni degli impianti, sulla decisione degli acciaieri italiani, fin troppo abituati a fare i conti nel Belpaese con una certa ostilità o quantomeno diffidenza nei confronti dell’iniziativa siderurgica, anche in territori che non hanno le cicatrici di Taranto. Un esempio? Il progetto della maxi acciaieria green inizialmente promosso da Metinvest-Danieli a San Giorgio di Nogaro e respinto senz’appello dalle comunità locali.
Detto altrimenti, dopo anni di conflitto, legato all’impatto della fabbrica su salute e ambiente, garanzie sulla buona accoglienza a Taranto di due nuovi forni, ancorché elettrici, non ce ne sono il che complica ulteriormente l’assunzione di impegni industriali e finanziari di lungo periodo.
A queste incertezze si aggiungono quelle finanziarie. Nel dossier restano infatti il prestito ponte da 390 milioni di euro concesso dallo Stato ad Acciaierie d’Italia, da restituire, e gli investimenti necessari per riavviare gli impianti, oltre ai costi delle bonifiche e la gestione del personale. Il progetto italiano puntava a una produzione ridimensionata: circa 4, 5 milioni di tonnellate di coils, contro i 9 milioni dei periodi di massima attività. Anche in questo scenario, l’impegno richiesto alle imprese sarebbe rilevante.
Se la cordata formalizzerà il passo indietro, la partita per il futuro dell’ex Ilva tornerà a concentrarsi sugli altri soggetti. Tra questi il gruppo indiano Jindal, che avrebbe in mente il progetto una mini-acciaieria senza ciclo integrale, imperniato sulla laminazione dell’acciaio con un organico stimato in appena 3-4 mila addetti, meno della metà degli attuali novemila.
Per sapere se Jindal presenterà l’offerta, se sarà l’unica o a sorpresa ci saranno altri soggetti a farsi avanti per salvare la produzione d’acciaio a Taranto lo si saprà ormai a brevissimo: il tempo per la presentazione delle offerte scade infatti a mezzanotte dell’8 novembre.
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