Moda, in Veneto 100 mila addetti: «Tutelare la dignità in tutta la filiera»
È straniero il 41,8% dei lavoratori del settore in Italia. L’allarme di Storari: «Ancora alcuni grandi marchi usano opifici della vergogna e fanno dumping contrattuale»

Il Veneto rappresenta una parte importante della filiera della moda grazie a una quota delle esportazioni italiane sul totale della domanda mondiale del 7%, il doppio del peso complessivo della manifattura, ad un export cresciuto del 10,9% dal 2019 e all'apporto strategico di 10mila piccole e medie imprese e ai loro 100mila addetti. È questo solo uno dei tanti dati emersi dal primo giorno di incontri del quinto Venice Sustainable Fashion Forum, in corso ieri e oggi presso la Fondazione Cini all’isola di San Giorgio a Venezia.
Un settore che, per ogni euro di domanda finale, genera 1,95 euro di produzione nell’economia italiana, per un totale di 182 miliardi di euro. Secondo le proiezioni del Just Fashion Transition Pulse 2026, presentato da Teha a Venezia, oltre il 40% del valore aggiunto, delle retribuzioni e delle ore lavorate viene attivato al di fuori del settore. E tuttavia la leadership italiana nella manifattura della moda europea è sempre più contesa: tra i mercati Ue analizzati, la Francia è l’unico paese in crescita per numero di imprese e addetti e potrebbe superare l’Italia già nel 2026, diventando la prima base manifatturiera europea per numero di imprese, con oltre 48.000 aziende (vs. 46.000 aziende attive in Italia).
E se il know-how del Made in Italy dipende sempre più da lavoratori stranieri, che nel 2025 hanno rappresentato il 41,8% delle assunzioni programmate nel tessile, nell’abbigliamento e nelle calzature italiani (quasi il doppio della media manifatturiera nazionale), la reputazione della moda italiana rimane un punto di forza, ma non implica automaticamente credibilità: secondo i dati di Teha, l’Italia raccoglie il 22% delle menzioni globali relative a presunte violazioni (contro il 25% della Cina) ma ottiene anche il 46% delle menzioni sulle azioni di contrasto. Un dato confermato anche dalla presenza, al Forum, di Paolo Storari, Pm milanese anticaporalato noto per un approccio non sanzionatorio che mira a risanare le filiere produttive dal caporalato e dallo sfruttamento privilegiando la regolarizzazione delle aziende rispetto alla condanna penale dei singoli.
«Ci sono ancora grandi marchi della moda che usufruiscono di opifici della vergogna anche oggi, in questo 5 novembre 2026» ha detto Storari dal palco del quinto Venice Sustainable Fashion Forum «Parlo di opifici della vergogna quando vedo situazioni che mi sento di definire allucinanti, situazioni in cui, ad esempio, i lavoratori sono controllati con i cani lupo, e ciò non in Paesi lontani ma alle porte di Milano. Ci sono audit in cui gli incaricati dei grandi marchi controllavano, per dire, la colla usata e non le condizioni di lavoro. Situazioni ingiuste per i lavorati e per chi opera nella legalità. Oltre a una questione etica e di dignità umana questa è anche questione di dumping contrattuale che colpisce le imprese oneste e che ha ricadute significative per l’intera filiera».
Lo stesso presidente di Confindustria Moda Luca Sburlati ha chiarito la necessità di affrontare questo tema. «Vogliamo che non ci siano scorciatoie per chi non rispetta le regole» ha detto Sburlati. «L'integrità non è negoziabile, il lavoro povero non è negoziabile. Ve lo dice un operatore del settore come sono io». Ma i temi trattati dal convegno hanno spaziato dalla competitività alla regolamentazione Eu, dalla legalità alla tecnologia passando per un tema, quello del capitale umano, che è strategico in un Paese in pieno inverno demografico come il nostro. Il tutto secondo una logica che attribuisce al concetto di sostenibilità una connotazione sempre più economico-finanziaria in un contesto difficile come quello che vive il settore negli ultimi anni.
«Ci ritroviamo in un momento difficile per la moda italiana ed europea» ha detto la presidente di Confindustria veneto Est Paola Carron. «La domanda ha rallentato, anche nel lusso. L’energia pesa sui costi di produzione e i dazi complicano l’accesso ad alcuni mercati. In Europa, poi, le nostre imprese devono rispettare standard che non sempre valgono allo stesso modo per chi vende qui da fuori. Lo vediamo con l’ultra fast fashion, che mette sul mercato prodotti a prezzi con cui è difficile competere. Nasce da queste incertezze il titolo di questa edizione, “Shaping Tomorrow”, dare forma al domani. Per noi significa aiutare le imprese a crescere, investire in tecnologia e trovare nuovi mercati. Significa anche distribuire il valore in modo più equilibrato lungo la filiera. La dignità di chi lavora va tutelata in ogni passaggio della filiera. Ogni caso di sfruttamento va accertato e contrastato con fermezza».
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