Mercato Usa e innovazione: Icop punta a 950 milioni
La società friulana prevede di raggiungere 190 milioni di Ebitda nel 2029 anche espandendo il business del microtunnelling negli Stati Uniti. Le acquisizioni darebbero ulteriore spinta: «Con Trevi a quota 1,7 miliardi»

Ricavi tra i 900 e i 950 milioni di euro e un margine operativo lordo tra i 170 e i 190 milioni in soli quattro anni. Non si può dire che il Piano industriale 2026-2029 presentato ieri da Icop, società di ingegneria del sottosuolo, non sia un piano ambizioso. Soprattutto considerando la base di partenza: un bilancio 2025 chiuso con 503 milioni di ricavi e 93 milioni di Ebitda.
La società, che recentemente ha lanciato la sua Offerta pubblica di acquisto su Trevi, esclude da queste previsioni di crescita gli effetti di una possibile conclusione positiva dell’operazione. Si tratta dunque di previsioni di crescita esclusivamente organica. Un’accelerazione che si sviluppa lungo tre direttrici: espansione del business delle fondazioni speciali soprattutto negli Stati Uniti, rafforzamento della leadership europea e ingresso nel mercato Usa per quanto riguarda il microtunnelling, e le opere marittime, che l’ad Piero Petrucco definisce «molto promettenti». «Abbiamo pipeline importanti sia in Italia sia negli Stati Uniti», spiega. «In Italia siamo già presenti a Trieste, ma abbiamo una pipeline importante di 2 miliardi anche nel programma Basi Blu promosso dal Ministero della Difesa». Anche in questo ambito, gli Stati Uniti vengono considerati un mercato gigantesco che può dare grandi possibilità di espansione.
Non spaventano i dazi, tanto meno la competizione. «È un mercato molto grande, che ci permette di diversificare e non dipendere solo dagli investimenti infrastrutturali europei», commenta. In realtà, alcune delle dinamiche dell'agenda Trump, come l’investimento nei data center, hanno un impatto decisamente positivo sulla filiera. «Siamo già presenti in Virginia, dove si concentra circa il 60% dei data center che si stanno sviluppando, per i quali realizziamo la parte di preparazione del terreno e delle fondazioni», specifica.
Un altro punto fondamentale del Piano è il portafoglio ordini, che attualmente è di 1,5 miliardi di euro. Un backlog che, specifica la società, non è determinato da fatti eccezionali: l’incidenza del Pnrr non ha mai superato la soglia del 10% e nelle ultime rilevazioni è sotto il 2%. «La durata del backlog è uno dei pilastri della nostra strategia di lungo periodo», spiega Luca Fontana, Coo di Icop. «Il nostro obiettivo è mantenere una redditività in linea con quella tipica degli operatori specializzati del settore, garantendo al tempo stesso una durata media dei progetti sufficiente a coprire almeno i due esercizi successivi». Un’impostazione che offrirebbe due vantaggi: da un lato, pianificare con maggiore precisione, affidabilità e anticipo gli investimenti e le altre spese operative. Dall'altro, affrontare meglio rispetto ai concorrenti eventuali cambiamenti improvvisi del mercato, periodi di crisi o altri eventi inattesi.
«Altro elemento fondamentale per la crescita», sottolinea Fontana, «sarà la ricerca e sviluppo». Questa si concentrerà su quattro ambiti: automazione e robotica, sostenibilità dei materiali, digitalizzazione e innovazione dei processi costruttivi. È proprio l’innovazione, secondo il gruppo, a costituire il principale vantaggio competitivo, anche rispetto agli Stati Uniti.
Fatte queste premesse, specifica Petrucco, eventuali acquisizioni «rappresentano un'accelerazione del piano industriale e non un suo presupposto». Ed è qui che si inserisce l’Ops su Trevi, annunciata lo scorso 28 giugno. Un’operazione che, secondo il management, porterebbe alla creazione di un gruppo capace di competere su scala mondiale. «Vediamo grandi sinergie sia dal punto di vista dei costi che dei ricavi, e una grande complementarietà tecnologica e geografica», sottolinea Petrucco. «Escludendo le sinergie, la somma dei due piani industriali porterebbe il gruppo combinato a poter raggiungere 1,7 miliardi di ricavi entro il 2029».
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