La sfida tra Webuild e Icop per il controllo di Trevi
Il gruppo romano lancia un’Opa per superare l’offerta friulana. Il ruolo di Cdp

C’è un nuovo risiko in Italia che si affianca a quello che da anni sta infiammando il mondo bancario. Stavolta interessa il settore delle costruzioni, che dopo l’Offerta pubblica di scambio del gruppo friulano Icop sulla cesenate Trevi vede scendere in campo Webuild. Oggetto delle attenzioni del colosso romano dell’edilizia è la stessa Trevi, società per la quale il gruppo guidato dall’amministratore delegato Pietro Salini si prepara a lanciare un’Offerta pubblica di acquisto in contanti.
Una mossa che rimescola le carte, anche del mercato, con il titolo della società di Cesena che ieri ha chiuso a Piazza Affari in rialzo a 4,56 euro (+8,6%) dopo l’annuncio dell’Opa di Webuild, proseguendo nel trend di crescita innescato ormai un mese fa dalla discesa in campo di Icop. Era il 29 giugno: da allora il titolo del gruppo romagnolo è cresciuto del 13,43%, rendendo – al valore attuale – meno appetibile l’offerta carta contro carta di Icop, ma anche quella cash avanzata da Webuild. Entrambe le società contendenti potrebbero decidere di rilanciare per convincere gli azionisti ad aderire.
Sarà materia dei prossimi giorni. Quel che è certo, a oggi, è che in corsa per far propria Trevi sono in due.
La nuova offerta
L’Opa totalitaria di Webuild su Trevi punta al delisting e alla sua integrazione all’interno del gruppo. Il corrispettivo per azione è pari a 4,50 euro cash e incorpora un premio del 29,8% rispetto al prezzo ufficiale del titolo precedente all’annuncio dell’Ops di Icop. L’obiettivo di Webuild è quello di un’integrazione verticale funzionale ad affidare a Trevi le opere di ingegneria del sottosuolo legate al backlog. Tutt’altro il razionale dell’Ops di Icop, che prevede invece un’acquisizione orizzontale volta ad aumentare le quote di mercato valorizzando le due società e i rispettivi portafogli.
Una differenza che si apprezza anche nella proposta di corrispettivo del gruppo friulano, carta contro carta, fissata a 0,133 azioni Icop per una azione Trevi (al prezzo del 26 giugno), con un premio incorporato del 20,1%.
La posizione di Cdp
Tra gli aghi della bilancia c’è la finanza pubblica. In particolare Cdp Equity, società controllata al 100% da Cdp, azionista sia di Trevi sia di Webuild, rispettivamente con il 21,27% e il 16,47% (ma con diritti di voto che arrivano al 21,62%). Insomma, dopo aver partecipato a ripetuti aumenti di capitale in Trevi per risollevare la società dalla crisi (esborsi che pare si attestino intorno ai 180 milioni), Cdp si troverebbe a valorizzare la propria partecipazione a un prezzo nettamente inferiore a quello sostenuto fin qui. Senza contare l’endorsement che l’offerta Icop aveva ricevuto dal sottosegretario al Mef Federico Freni, che l’aveva salutata come la premessa alla possibile «nascita di un campione mondiale importante con un apporto italiano radicatissimo, anzi direi totale». Tra controllante e controllata potrebbe insorgere ora qualche imbarazzo. Se non qualche dubbio procedurale.
Il piano industriale
Dal canto suo non commenta Icop, che ieri, interpellata, ha deciso per il momento di restare in silenzio.
L’offerta del resto va avanti e sarà contestuale a quella di Webuild. Toccherà a Consob a fissare il periodo di offerta che, con tutta probabilità, sarà calendarizzato per il prossimo mese di settembre.
Icop, in ogni caso, è pronta a tirare dritto per la sua strada. Anche senza Trevi.
L’ha già messo nero su bianco, presentando nei giorni scorsi il suo piano industriale al 2029. Un piano “stand alone”, che non considera cioè gli eventuali effetti dell’Ops su Trevi, senza la quale, comunque, il player friulano prevede di arrivare a una crescita organica aggressiva, con ricavi attesi nell’ordine di 900-950 milioni di euro e un Ebitda compreso tra 170 e 190 milioni di euro entro tre anni, trainati da una forte espansione nel mercato statunitense, presidiato con Agh, società acquisita da Icop nel 2025, e da rilevanti investimenti in innovazione.
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