Asse tra l’Italia e Washington contro lo smantellamento di industrie e cantieristica

Il ruolo di Fincantieri nel piano per salvare la Marina Usa dalla sfida cinese

Francesco MorosiniFrancesco Morosini
Il lancio di un aereo dal ponte di volo della più grande portaerei del mondo, la Gerald R. Ford
Il lancio di un aereo dal ponte di volo della più grande portaerei del mondo, la Gerald R. Ford

Maggio 2026: con la prefazione del suo nuovo segretario Hung Cao la Marina Militare degli Usa ha presentato il nuovo piano di costruzione navale (U.S. Navy Shipbuilding Plan, disponibile su internet). L’evento è certo importante per l’aspetto militare. In specie lo è riguardo alla sfida con la Cina Rossa. Lo ha ricordato a Trump il suo leader Xi Jinping riferendosi alla “trappola di Tucidide” o del conflitto potenziale tra una potenza emergente e l’egemone. Ma oltre all’aspetto militare conta l’industriale. E riguarda l’Italia.

Il nodo

Sotto questo profilo, come rileva lo stesso documento dell’U.S. Navy, c’è un grave problema (che è tra le spinte fondative di Maga come dell’attuale Amministrazione statunitense) che mina la tenuta del mondo euro-atlantico: la deindustrializzazione. È il risultato di una grave contrazione di capacità industriale. Ovviamente negli Usa riguarda molti settori come la rust belt (cintura della ruggine), testimone di abbandoni industriali. Per l’Italia ricorda la “Distruzione dell’Italia industriale” del sociologo Gallino.

Restando alla competizione militare/navale ciò porta per gli States alla perdita del loro primato. Coerentemente, la U.S. Navy nel suo documento (da pagina 6) punta a rilevare ciò che pesa in negativo sull’efficienza del settore. Per gli Usa si tratta di una situazione drammaticamente insufficiente rispetto sia alla capacità di costruire nuovi scafi sia di fare manutenzione. È un peggioramento del dopo Guerra Fredda. Prima i cantieri militari erano 14. Ora sono quattro. Inoltre ciò porta a perdite di capitale umano difficili da ricostruire.

Il ruolo dell’Italia

Come detto, sebbene in altri settori, la questione riguardi pure il Belpaese, per fortuna almeno per la cantieristica il discorso è opposto. Tant’è che l’Italia addirittura può dare un valido contributo alla realizzazione del Piano dell’U.S. Navy. È stata una scelta di politica industriale italo-statunitense a consentirlo. Difatti nel 2025 Roma e Washington hanno siglato un’intesa tra per il «rilancio delle basi industriali» nella cantieristica (non solo) onde implementare sinergie comuni. Nello specifico sarà l’Italia a contribuire al rilancio dello shipbuilding statunitense.

Il documento

Così il documento dell’U.S. Navy attualizza una visione di politica industriale, formalmente decisa l’anno scorso, il cui senso politico/strategico è di superare, o almeno correggere, un modello industriale che, a partire dagli ultimi trent’anni, ha progressivamente spostato il baricentro produttivo a Oriente. D’altro canto, per l’Italia l’accordo con gli Usa è una strategia geostrategicamente ottimale affacciandosi sul Mediterraneo, mare che collega Atlantico e Pacifico, la nuova frontiera dell’Occidente.

Ad essere protagonista di ciò è chiamata Fincantieri, per il vero già presente da molti anni oltreoceano con migliaia di dipendenti, avendo rilevato sia in Wisconsin sia in Florida cantieri già impegnati nel settore militare come pure nel civile. Gli obiettivi di politica industriale sono evidenti. L’obiettivo economico, ma di evidente valenza politica, è di consolidare e fortificare la presenza italiana negli States per superare l’obsolescenza degli impianti e la carenza di manodopera specializzata della loro cantieristica militare ed anche civile.

La sfida

Il lato positivo per Fincantieri è che così si trova, come sottolinea lo stesso documento della U.S. Navy, ad operare al centro di importanti innovazioni del pensiero militare navale (la futura battaglia navale acquisisce piene caratteristiche sistemiche dove il vero valore operativo è nella rete prima che delle singole unità). Dal punto di vista aziendale ciò comporta l’acquisizione di importanti nozioni tecnologiche e organizzative che ne accrescono anche per il futuro la capacità di stare sul mercato.

In termini di politica industriale internazionale, inoltre, l’Italia, grazie alla collaborazione con gli States, è facilitata a partecipare al “grande gioco” della cantieristica globale. Protagonisti di questo, esclusa la Cina che qui gioca da controparte, sono il Giappone e la Corea del Sud. Si tratta di un mercato dalle grandi potenzialità sia per reggere i livelli di produzione di Pechino. Merita notare che così per la prima volta la potenza navale statunitense ha ora quello sfidante che mai riuscì ad essere l’Urss.

Insomma, economicamente l’Italia con Fincantieri, e grazie ad essa, può essere decisiva nella modernizzazione navale degli Stati Uniti. Il testo predisposto dall’U.S. Navy lo conferma. È una grande occasione, almeno in questo settore, per piazzarsi da protagonisti industriali globali. Però nella speranza che la “trappola di Tucidide” resti il nome di un’ipotesi teorica.

 

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