Fonderie, segnali di ripresa: «Ma pesa ancora l’energia»
Produzione e fatturato del settore crescono nel primo trimestre 2026. Ma c’è preoccupazione per le politiche europee sulla decarbonizzazione. Zanardi, presidente Assofond: «Non compromettere la competitività»

Segnali moderatamente positivi per il settore delle fonderie a Nordest e nel resto d’Italia per questo inizio di 2026. Dopo anni di difficoltà la produzione e fatturato sono in crescita, gli ordini tengono e circa metà delle imprese del campione registra un miglioramento rispetto al trimestre precedente. È quanto emerge dall’indagine trimestrale realizzata dal Centro Studi di Assofond, l'associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane, relativa al periodo gennaio-marzo 2026. «È dalla metà del 2023 che stiamo affrontando un periodo difficile», spiega Fabio Zanardi, a capo dell’omonima fonderia veronese e presidente di Assofond, «parliamo ormai di tre anni durante i quali abbiamo visto un crollo degli ordinativi, poi l’illusione della ripresa post Covid, ma poi sono arrivare numerose complicazioni internazionali, che ci hanno portato a una produzione simile ai livelli del 2009».
In Italia il comparto delle fonderie è storicamente molto sviluppato nelle regioni del Nord, dove ha sede circa l’80% delle circa 900 fonderie italiane (82% ricicla metalli non ferrosi, 18% metalli ferrosi). Le imprese del settore impiegano complessivamente poco più di 23.000 persone e realizzano un fatturato di circa 6,6 miliardi, con una forte vocazione all’export: il 69% dei ricavi deriva infatti dalle esportazioni. A Nordest è presente il 26% delle fonderie nazionali, in Veneto sono 108, in Friuli Venezia Giulia 18 e 3 in Trentino Alto Adige. La fonderia è un elemento centrale del modello economico “circolare” in relazione al contributo all’industria del riciclo e alle filiere coinvolte. L’attività di fusione rappresenta, infatti, la tecnica attraverso la quale è possibile il riutilizzo dei rottami allo scopo di dare vita a nuovi prodotti.
Il confronto tra il primo trimestre 2026 e lo stesso periodo del 2025 restituisce un quadro moderatamente positivo, con indicatori rispettivamente a 55,3 per la produzione e 56,1 per il fatturato, ma con diffusione inferiore alla soglia del 50% (45,6%) e polarizzazione elevata (26,3%).
Ciò significa da un lato che la crescita anno su anno non coinvolge ancora la maggioranza delle aziende del campione, dall’altro che si sono verificate differenze marcate nelle performance fra le imprese. Un elemento che complica il quadro è quello della pressione sui costi operativi, particolarmente intensa e diffusa. L’indicatore che misura l’intensità dell’andamento dei costi dei materiali ausiliari si colloca a 71,5 punti, quello relativo alle subforniture 67,1 punti. In entrambi i casi la maggioranza delle imprese segnala aumenti, con una pressione che risulta sistematicamente più intensa per le pmi rispetto alle grandi. Il dato della ricerca di Assofond suggerisce che questa dinamica di parziale ripresa si stia sviluppando in un contesto di margini compressi, con le imprese di minori dimensioni più esposte alle tensioni lungo la catena di approvvigionamento.
«Il settore delle fonderie continua dunque a soffrire, e il Nordest non fa eccezione», prosegue il Zanardi, «a pesare sui nostri conti sono certamente le crisi energetiche, ma a questo si aggiungono le misure per la decarbonizzazione decise dall’Europa, che colpiscono la nostra competitività.
Il 2026 l'abbiamo iniziato con l'introduzione del Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere: per noi non si tratta di una protezione da merci importate, quindi dai nostri concorrenti, ma si traduce in pratica in un aumento diretto dei costi delle materie prime che dobbiamo acquistare. Ci sono poi gli Ets, il mercato europeo per lo scambio di quote di emissione di carbonio, che secondo noi è la madre di tutte le battaglie, perché è da lì che derivano un po’ tutte le distorsioni del mercato. Quindi è importantissimo che la posizione italiana venga recepita dalla Commissione europea, perché sono posizioni non di resistenza alla decarbonizzazione, ma di buon senso, legato a guardare la realtà dei fatti e quindi, di non arrivare alla decarbonizzazione attraverso la chiusura totale dell'industria europea».
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