Una fabbrica di Byd in Italia: «Il Nordest ci può provare»
L’annuncio del colosso cinese su un possibile impianto nella Penisola non scalda gli imprenditori dell’automotive di Veneto e Friuli Venezia Giulia. «Ma l’investimento potrebbe essere un’occasione di politica industriale»

«Noi europei siamo come quel pastore che durante la notte ha lasciato aperte le porte della stalla facendo scappare tutte le vacche. E adesso la chiudiamo quando è troppo tardi». Bruno Vianello, presidente della trevigiana Texa, non mostra particolare entusiasmo riguardo all'annuncio di Byd di star considerando anche l'Italia per aprire il suo prossimo stabilimento.
L’idea del colosso cinese dell'auto è quella di continuare a espandersi in Europa dopo la prima apertura ungherese e investire in ricerca e sviluppo per portare nel territorio automobili elettriche a guida autonoma con ricarica flash nel giro di un paio di anni.
«Può essere qualcosa di positivo solo se riempiono le loro fabbriche di italiani», spiega Vianello. «Ma non salverà la nostra industria dell'automotive, io credo che l'unica strada da percorrere per noi sia quella dell'auto di lusso».
Un possibile arrivo dei cinesi, anche per Alessandro Vescovini non è un né positivo né negativo. Secondo il presidente di Sbe-Varvit, azienda con due stabilimenti in Friuli Venezia Giulia, «è semplicemente conseguenza di quello che ha fatto l'Europa per anni decidendo di non proteggersi mentre il resto del mondo lo faceva».
Entrambi, comunque, concordano sul fatto che non sarà mai il Nordest ad ospitarla nel caso, soprattutto per mancanza di aree adeguate, presenti in numero molto maggiore in altre zone del Paese.
Un'opinione più ottimistica è invece quella di Francesco Zirpoli, autore del saggio Auto distruzione, pubblicato quest’anno da Laterza. Secondo il professore, il Nordest potrebbe candidarsi, ma dovrebbe farlo con un progetto industriale, non limitandosi ad offrire aree disponibili. «È un territorio che ha una base manifatturiera forte, competenze meccaniche, elettroniche e meccatroniche, una rete di Pmi specializzate e una cultura produttiva molto adatta a integrarsi in filiere complesse», spiega.
A favore giocherebbero diversi elementi: «La posizione logistica, la vicinanza ai mercati dell'Europa centrale, i porti dell'Alto Adriatico, i collegamenti con Austria, Germania, Slovenia ed Est Europa. «In più», aggiunge, «il territorio dispone di università, Its e centri di ricerca che potrebbero sostenere la transizione verso elettrico, software e automazione».
I limiti, però, esistono. Il primo, spiega il professore, «è l'assenza di una grande tradizione recente di assemblaggio finale automobilistico». Il secondo, riguarda alcuni fattori di contesto. Zirpoli concorda con Vianello e Vescovini sulla scarsità di aree industriali adeguate, alla quale si aggiunge il costo dell'energia, i lunghi tempi autorizzativi e la debole capacità delle istituzioni di presentarsi con una voce sola. Infine, il limite tecnologico: «La mobilità elettrica richiede software, batterie, elettronica di potenza. Il Nordest ha competenze importanti, ma ancora troppo frammentate».
L'entità del beneficio dell'arrivo di un produttore cinese come Byd, tuttavia, dipende dalla qualità dell'investimento. Un conto è assemblare in Italia auto progettate altrove, un altro è includere nell'operazione ricerca, sviluppo e progettazione, coinvolgendo i fornitori locali: «In quel caso sarebbe un'occasione di politica industriale», sottolinea Zirpoli.
La filiera secondo lui potrebbe beneficiarne molto, in particolare la componentistica meccanica avanzata, l'automazione industriale, i sistemi di produzione, la sensoristica, l'elettronica, i cablaggi, la plastica, i servizi di ingegneria e la logistica. La sfida però sarebbe entrare nei segmenti a maggiore valore aggiunto come software di bordo ed elettronica di potenza.
«Il rischio è che la filiera resti confinata a forniture a basso valore aggiunto», spiega. «Questo vale in particolare per il Veneto, dove prevalgono Pmi, spesso subfornitori, che avrebbero difficoltà a relazionarsi direttamente con un grande produttore globale. Servirebbero aggregazioni, consorzi, contratti di rete e una regia capace di mettere insieme competenze oggi disperse».
L'arrivo di Byd nel Nordest al momento non sembra essere uno scenario altamente probabile. Per poter giocare un ruolo da protagonista nella mobilità elettrica, l'intera area geografica avrebbe bisogno di mettere in piedi una vera e propria strategia industriale. Secondo Zirpoli, dovrebbe presentarsi con aree produttive pronte, energia competitiva e possibilmente rinnovabile, porti e logistica e una mappatura precisa della filiera. Dovrebbe poi scegliere alcune specializzazioni realistiche: «Non necessariamente produrre batterie, ma sviluppare competenze su elettronica di potenza, automazione, software industriale, sistemi di ricarica, componentistica per veicoli elettrici. Soprattutto», conclude, «servirebbe una regia pubblica forte, regionale e nazionale, capace di negoziare con un investitore come Byd non solo l'apertura di uno stabilimento, ma un vero radicamento industriale nel territorio».
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