Centro Carni Company diversifica e apre nuovi spazi nella Gdo e nella ristorazione
L’azienda ha chiuso il 2025 a 210 milioni. Entro il 2028 progetta operazioni M&a per integrare la filiera

Da piccola realtà familiare specializzata nel commercio di carne congelata a un gruppo da oltre 210 milioni di fatturato. È il percorso, lungo tre generazioni, compiuto dalla Centro Carni Company di Tombolo, azienda attiva nel settore della lavorazione della carne bovina. Un percorso che ha visto un’importante accelerazione all’alba del nuovo millennio, in concomitanza con l’esplosione della crisi della mucca pazza.
Fondata nel 1979 e attiva principalmente nell’ambito del disosso e della vendita di carne di bovino surgelata, Centro Carni Company inizia una trasformazione del business lavorando carni più pregiate – vitello, vitellone e scottona –, affiancando al congelato il fresco e allargando la vendita dall’industria e la ristorazione alla Gdo.
«Un passaggio importante perché ci ha consentito di uscire dalla logica della commodity», spiega Nicola Pilotto, esponente della terza generazione, socio e direttore amministrazione, finanza e controllo di gestione.

Il gruppo ha chiuso il 2025 con ricavi in crescita del 20 per cento sull’anno precedente, un Ebitda del 5 per cento e un piano di sviluppo al 2028 che prevede un nuovo ampliamento della sede produttiva, che oggi conta su 13.000 metri quadrati, e operazioni M&a, in fase di valutazione sia in Italia che all’estero, per andare a integrare la filiera.
L’impresa lavora tra le 90 e le 100 tonnellate di carne al giorno. L’offerta, che all’85 per cento viene assorbita dal mercato nazionale (il resto in 21 Paesi esteri), spazia dal disosso ai prodotti preparati, fino alle linee dedicate alla Gdo, sia per le private label che con il marchio You&Meat, e all’Horeca con il brand Unika.
«Negli ultimi anni», spiega Pilotto, «abbiamo ampliato la nostra presenza nel segmento dei preparati a base di carne, con hamburger gourmet, tartare, polpette e macinati. Una proposta che esprime un valore diverso dalla semplice fettina di carne, che risponde all’evoluzione dei consumatori, sempre più attenti a quello che mangiano. In termini di sostenibilità e salute, ma anche di storia, cultura, provenienza del cibo».
La carne, così, non è più solo carne. L’azienda padovana, con i suoi prodotti, ne fa un racconto, un’esperienza, una proposta, sposata anzitutto in produzione, dai lavoratori, 180 quelli occupati direttamente, 250 se ci conta anche l’indotto. «Sono il primo asset della nostra azienda», afferma Pilotto, «perché gli impianti e i prodotti sono replicabili, le persone no». Una centralità, quella del capitale umano, che a Tombolo non è soltanto uno slogan. Lo dimostra la costituzione di MeatSchool, l’academy che è diventata, non solo in Veneto, un punto di riferimento per la formazione nel settore delle carni, con aule formative, percorsi esperienziali e più di recente anche una piattaforma digitale.
Le competenze del resto sono per la società una stella polare. Tanto tra il personale che tra i nove soci (in azienda c’è ormai buona parte della terza generazione delle due famiglie fondatrici, Pilotto e Beghetto). Al punto che nel 2016, con la costituzione della holding Pbh, la proprietà ha avviato una prima revisione della governance, tuttora in corso, per accompagnare il passaggio generazionale, introducendo una chiara distinzione tra proprietà e gestione. «Volevamo superare la logica in cui alcuni ruoli tendevano a essere acquisiti quasi per diritto familiare», conclude Pilotto, «e affermare invece criteri basati sulle competenze e sul merito, sia per le nuove generazioni sia per quelle già presenti in azienda».
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