Pierluigi Zamò: «Cinque nuovi tipi di Friulano, ci siamo allenati per 40 anni»
Il pokerissimo di Friulano by Zamò nasce da una convinzione. «Il gusto dei consumatori sta mutando», dice l’imprenditore, «i bianchi, tutto sommato, restano favoriti, reggono il mercato, ma bisogna farli più bevibili, pronti, freschi, senza perdere sapori e completezza»

«Dopo esserci allenati per 40 vendemmie, abbiamo pensato di puntare con decisione sul Friulano. Perché è un’uva che può identificare al meglio il territorio e riassumere le sfumature del carattere di questi nostri colli».
Il panorama, dalla cantina delle Vigne di Zamò, è un quadro: luce abbagliante dell’estate, filari rigogliosi fino a valle interrotti solo dalla boscaglia, l’imponente sagoma dell’abbazia di Rosazzo che si staglia all’orizzonte.
Pierluigi Zamò è un imprenditore a tutto tondo. Il core business della famiglia è Ilcam, leader mondiale nella realizzazione delle antine per i mobili da cucina. «Finché siamo bravi nel maneggiare la complessità, e alla Ilcam lo sappiamo fare, teniamo lontani i cinesi e la loro concorrenza», dice lui con una punta di orgoglio.
Ma la vera passione del presidente di Confindustria Friuli Venezia Giulia è la viticoltura. Dal 2010 il brand di casa, Le Vigne di Zamò è confluito in 101 Vini, cantina Fontanafredda, di Oscar Farinetti. «Abbiamo anticipato i tempi, adesso tante realtà della zona, dal Collio alle Grave, sono state vendute o assorbite, del resto la dimensione oggi è fondamentale per piazzare i tuoi prodotti e per presentarti in un mercato estero con buone probabilità di successo», spiega Zamò, «noi invece facciamo parte del gruppo Fontanafredda, abbiamo delle quote di minoranza. La collaborazione, ormai consolidata, ha dato i suoi frutti. Avvalersi di una rete distributiva come quella di Farinetti è un valore aggiunto».
Una rete capillare di distributori e importatori che avrà il compito di far apprezzare e poi piazzare i 5 nuovi tipi di Friulano (l’ex Tocai) che sono stati presentati dall’azienda. Un vero e proprio debutto assoluto per un bianco identitario, tra rebranding, Cru e Riserva. Sono 5 e mezzo gli ettari, sui 55 complessivi compresi gli affitti, che la cantina dedica a questo vitigno, con le varie particelle disseminate tra Buttrio, Rosazzo e Ipplis.
«A regime produrremo 8 mila bottiglie di Animo Friulano, il vecchio No Name, che abbiamo deciso di cambiare», racconta il titolare, «3 mila di Vigne 50 anni, e un migliaio di ciascuno dei tre Cru, ovvero Masar di Rosaz, Humberg e Bosc di Bros, nati dopo una selezione molto accurata e diversi tipi di vinificazione. Il lavoro in vigna e in cantina è stato molto complesso, i nostri enologi e tecnici hanno dato il massimo per ottenere il risultato. I Cru andranno solo nel circuito Horeca, l’Animo anche negli scaffali della Gdo.
Il pokerissimo di Friulano by Zamò nasce da una convinzione. «Il gusto dei consumatori sta mutando», osserva ancora l’imprenditore, «è un momento di transizione, un fatto ciclico, che si ripropone dopo 20, 25 anni. Nel mondo del vino sta accadendo quello che avviene anche nella cucina degli stellati: crei sempre nuove aspettative, alzi l’asticella, complichi troppo il prodotto e, a un certo punto, per una somma di ragioni, ti fermi. Adesso siamo proprio in questa fase qui, diciamo che i bianchi, tutto sommato, restano favoriti, reggono il mercato. Ma bisogna farli più bevibili, pronti, freschi, senza perdere sapori e completezza. Un bianco di 14 o 14,5 gradi avrà sempre meno estimatori e, di conseguenza, sempre meno possibilità di essere venduto. I nostri cinque tipi di Friulano sono stati studiati partendo da questa concezione».
La degustazione, vero e proprio debutto, nella sala in cima alla collina di Rosazzo, ha dato modo ai cinque vini di esprimersi al meglio. Animo Friulano nasce dunque dal desiderio di dare voce a un vitigno autoctono dalle radici profonde e custode della storia della regione. Un’uva che attraversa i secoli e approda nel presente con la stessa contemporaneità di sempre, portando con sè la memoria del territorio. Animo Friulano, come tutta la produzione delle Vigne di Zamò è bio al 100%, ha 13 gradi e fa sei mesi in acciaio. I tre Cru hanno tutti 12,5 gradi e trascorrono tra i sei e gli otto mesi in cisterne d’acciaio. Provengono da particelle di appezzamenti quasi di nicchia, molto particolari, in diverse zone della proprietà, tra Buttrio, Ipplis e Rosazzo.
Il Vigne 50 anni, quella che sarà la Riserva, nasce dall’unione di tre vigne storiche, una sorta di sintesi delle diverse espressioni delle parcelle. E alcuni di questi filari sono tra i più vecchi dell’intera azienda, con un’età media di circa mezzo secolo. «Non è semplice lavorare tutto secondo le norme Bio», aggiunge Pierluigi Zamò, «ma diciamo che alla fine ci ritroviamo ad avere vini “salutari”, con un minor numero di interventi in campagna, l’erba lasciata tra i filari e il paesaggio circondato dai boschi. L’ambiente quassù e sano e il vino ne beneficia».
In una fase in cui il mondo enologico sta vivendo un rallentamento, un’azienda che produce 220 mila bottiglie l’anno (il 70% bianchi e il 30% rossi) e vuole imporsi all’attenzione dei mercati con una veste rinnovata grazie ai cinque tipi di Friulano, ha sicuramente bisogno di “inventare” nuove strade per poter piazzare i prodotti.
«Gli sconquassi in giro per il mondo creano cali, come oggi», afferma il presidente di Confindustria Friuli Venezia Giulia, «ma bisogna saper recuperare. L’Italia deve giocare la carta del suo stesso nome, che significa qualità e prestigio. In Europa, a mio avviso, c’è ancora spazio per vendere bene, penso ai Paesi nordici e all’Est Europa, Polonia e Repubblica Ceca in particolare. Per quanto riguarda il Nord America si è aperta la porta del Canada, che ha eliminato molti contratti con gli americani, dopo la crisi commerciale dell’anno scorso, e si è rivolto a noi, dandoci grande soddisfazione. Negli Usa continuiamo a essere presenti, naturalmente, anche se con maggiori difficoltà rispetto al passato. L’accordo tra Unione europea e Mercosur è molto positivo, Brasile e Argentina toglieranno le tariffe che gravavano sui vini italiani, in più c’è un’affinità culturale con quei popoli, quindi vedo uno sbocco positivo, anche se dovremo andare laggiù a farci conoscere. L’India e l’Estremo Oriente? Proveremo. Saremo a Singapore, a una fiera importante, il prossimo mese». Infine un flash sulle prospettive economiche per il 2026. «Come in tutti i business, mantenere i numeri del 2025, sarà un successo», conclude Zamò.
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