La crisi dell’industria e la sfida cinese, Sartore: «La Germania riparte, possiamo essere più ottimisti»

L’ad dell’azienda veneta Sariv di Fontaniva Nicola Sartore analizza la ripresa del mercato tedesco, primo sbocco commerciale del gruppo. Gli investimenti pubblici sostengono l’economia, ma la concorrenza cinese ha messo a nudo i ritardi tecnologici dell’industria: «Ora le imprese hanno capito che devono cambiare»

Silvia Bergamin
Nicola Sartore
Nicola Sartore

«La Germania riparte grazie ai soldi pubblici. Ma la Cina è stata brava e ha messo in crisi il suo modello industriale». Nicola Sartore, 48 anni, è l’amministratore delegato della Sariv di Fontaniva: cinque filiali, 100 dipendenti di cui 40 nell’Alta padovana, produce fissaggi industriali. Per l’azienda da sempre il mercato tedesco è il più importante e supera per volume anche quello italiano: «Ero in Germania anche la scorsa settimana».

Tira un vento di ripresa?

«Sì, di fondo grazie a una politica keynesiana, e allora bisogna capire chi sta trainando. Il dinamismo che vediamo è legato soprattutto agli investimenti dello Stato, il governo Merz ha messo risorse importanti nelle infrastrutture. Funzionano quindi le attività collegate ai cantieri pubblici, all’elettrificazione e alla difesa. Le linee dell’automotive – finito sotto il treno della Cina – sono state riconvertite per la difesa. Il resto dell’economia, in particolare gli investimenti privati nelle costruzioni, fa ancora fatica. Ma ci si attende una ripresa nel 2027».

Quanto conta la Germania per la Sariv?

«È il nostro primo mercato, persino davanti all’Italia, sebbene abbiamo filiali nell’Europa orientale. Esportiamo il 75% della produzione. In Germania vado ogni tre settimane e osservo da vicino i cambiamenti».

Che cosa ha incrinato la forza industriale tedesca?

«Dopo il Covid c’è stata una ripartenza formidabile. Ma gli ordini hanno nascosto problemi strutturali. Quando l’entusiasmo si è esaurito, è emerso che la Cina aveva fatto passi da gigante. I tedeschi si credevano inattaccabili e hanno scoperto concorrenti con prezzi inferiori».

La Cina sembra aver vinto. C’era la possibilità di evitare questa sconfitta epocale?

«L’innovazione continua è sempre stata una costante virtuosa dell’industria tedesca. Ma negli anni migliori, quando si sarebbe potuto investire di più nelle nuove tecnologie, si è preferito aumentare i volumi con metodi consolidati, per vendere poi in Asia. In sostanza, è stato privilegiato il fatturato immediato rispetto all’innovazione. Nell’auto elettrica i produttori cinesi hanno acquisito un vantaggio enorme nel rapporto fra tecnologia e costi».

Il problema riguarda soltanto l’automotive?

«No, gradualmente sta toccando pure le macchine utensili. La tecnologia tedesca e giapponese sembrava inattaccabile. Poi abbiamo affidato alla Cina la produzione di componenti, mantenendo qui progettazione e conoscenze. Ma i cinesi hanno imparato, e bene: prima fabbricavano i pezzi per le nostre macchine, ora costruiscono vetture concorrenti, tecnicamente all’altezza e a prezzi inferiori. È una svolta».

Come reagiscono imprese e lavoratori tedeschi?

«Con grande difficoltà, anche psicologica. La Germania era abituata a stabilità, organizzazioni e procedure rigide. In Italia abbiamo attraversato molte più crisi e sviluppato flessibilità e capacità di adattamento. Per loro è stato ed è difficile: un nostro distributore mi faceva notare che le giornate medie di malattia sono passate negli ultimi anni da 16-17 a oltre 21 all’anno. È il segnale di un sistema tedesco sotto pressione, che fatica ad accettare questa nuova fase».

L’economia si fonda sulla fiducia: quali sono i segnali di speranza?

«Finalmente anche aziende storiche hanno capito che non basta rimanere passivamente in attesa di tempi migliori: hanno avviato ristrutturazioni e stanno cercando maggiore flessibilità. La spesa pubblica offre ossigeno, anche se la riconversione di alcune linee dell’automotive verso la difesa non è certo una prospettiva che entusiasma. Un dato va evidenziato: l’indice dei responsabili degli acquisti – che misura lo stato di salute dell’economia, soprattutto di quella manifatturiera – da alcuni mesi è sopra il 50, il che significa espansione. E ottimismo».

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