Crisi Electrolux, Poma: «Serve un progetto industriale o tra due anni saremo al punto di partenza»
L’economista dell’Università di Ferrara invita Veneto e Friuli Venezia Giulia a una strategia strutturale per trattenere la grande industria: «Investire e valorizzare i legami con Veneto e Friuli»

Nell’affrontare la crisi dell’Electrolux le Regioni coinvolte, Friuli Venezia Giulia e Veneto, devono darsi «un progetto industriale», senza limitarsi a misure tampone, altrimenti «tra due anni saremo punto e a capo». Lo sostiene Lucio Poma, economista dell’Università di Ferrara e direttore scientifico di Nomisma.
Professor Poma, il piano di 1.700 tagli annunciato da Electrolux in Italia, il 40 per cento circa dei dipendenti, fa temere un nuovo salto nel processo di industrializzazione del nostro Paese. Esistono ancora le condizioni per trattenere la grande industria?
«La differenza fondamentale è tra un’impresa che alloggia in un territorio e quella che lo abita. In passato ho insegnato a Forlì e, in quel caso, era evidente che lo stabilimento di Electrolux alloggiasse senza avere legami stretti. Il personale era naturalmente tutto della zona, bravissimi operai con grandi competenze, uno scarsissimo tasso di assenteismo, un’elevata produttività. Tuttavia i manager arrivavano da fuori, spesso dall’estero, non c’era una vera filiera di fornitori, i legami con l’università erano deboli, gli studenti universitari raramente potevano coltivare la prospettiva di lavorare lì. Quando le condizioni sono queste, è poco oneroso per una multinazionale decidere di lasciare un Paese e trasferire la produzione altrove o ridurre l’intensità dell’impegno, come nel caso di Electrolux».
A Pordenone e a Susegana, tuttavia, Electrolux ha certamente abitato il territorio per lungo tempo. Poi che cosa è successo?
«Abitare un territorio vuol dire condividere dei progetti, lavorare con l’università, strutturare dei percorsi di formazione con gli Its, lavorare con le Regioni e con le Province per sviluppare dei sistemi di logistica che permettano di rendere la produzione il più efficiente possibile. Occorre rendersi conto, e il caso della Fiat lo dimostra pienamente, che non è più rilevante aver fatto la storia industriale di un territorio per continuare a considerarlo centrale. Occorre coltivare un progetto e, da questo punto di vista, mi sento di dire che anche in Friuli e in Veneto il legame di Electrolux si stava allentando e i fornitori locali venivano sostituiti da quelli asiatici».
La scusa che viene spesso ripetuta è che è necessario spostare le produzioni nei settori considerati maturi verso Paesi con costi più bassi.
«Non esistono prodotti maturi. Puoi fare anche scarpe, ma farle in modo estremamente innovativo. Gli italiani sono sempre stati eccellenti nel design, al punto che oggi esistono frigoriferi che puoi tenere tranquillamente in salotto. Ma un frigorifero può essere un prodotto base, oppure uno estremamente avanzato che ti avvisa quali cibi al suo interno sono in scadenza. Aumentare la parte tecnologica non è solo questione di software ma di poter contare su componenti sofisticati che, se sviluppati assieme alla tua filiera, ti rendono poi difficile andare via da qui. Anche perché, oggi, sta crescendo l’importanza di un altro fattore».
Quale?
«La fiducia. La protezione dei dati, la supply chain, la certezza della qualità, il rispetto delle regole sono troppo importanti per mettersi nelle mani di fornitori che, nei loro Paesi, lavorano chissà come. Per questi motivi si sta rivalutando la filiera corta: non dobbiamo rassegnarci ma lavorare insieme perché si ricreino le condizioni per mantenere anche qui, in Italia, produzioni importanti».
Oggi sul caso Electrolux ci sarà il primo incontro con gli assessori regionali di Veneto e Friuli Venezia Giulia, lunedì prossimo il tavolo al ministero. Che cosa possono fare le istituzioni per rilanciare il processo che lei descrive?
«Oggi esistono diversi livelli d’intervento. Sul costo dell’energia, ad esempio, tocca al governo e sempre più anche all’Europa. Ma anche le Regioni possono fare moltissimo. Penso alla logistica, che è fondamentale e su cui occorre lavorare con piani interregionali e interprovinciali. L’intermodalità tra ferrovia, interporti, porti e aeroporti è un ambito chiaramente regionale, su cui occorre intervenire rapidamente. La logistica incide in misura significativa sui costi di una multinazionale».
Lei è un profondo conoscitore di alcuni settori che, in particolare in Emilia Romagna, stanno esprimendo i massimi livelli di crescita nell’industria italiana. Penso alla Motor Valley, ai macchinari per il packaging, alla farmaceutica. Qual è il segreto?
«Il segreto è avere un progetto. Se il territorio non ce l’ha, interverrà sempre per sostenere le imprese con aiuti tampone, la cassa integrazione, i contratti di solidarietà. Si tratta di misure importanti naturalmente, perché stiamo parlando di centinaia di famiglie. Ma fra due anni, limitandoci a questo tipo di sostegni, saremo al punto di partenza. Occorre dunque darsi un progetto e capire come valorizzare le specificità del proprio territorio: è stato questo il punto forte delle leggi regionali che, all’inizio degli anni Duemila, hanno impresso al sistema industriale dell’Emilia Romagna una nuova dimensione e creato quei Tecnopoli con i supercalcolatori che possono sviluppare innovazione. Le Regioni, oggi, sono il luogo dove si può fare politica industriale e che possono fare la differenza e, in questa direzione, il lavoro fatto con le università è stato fondamentale».
In che senso?
«La Muner, l’università della Motor Valley, nasce dall’unione dei programmi delle diverse università territoriali e oggi attrae studenti che arrivano dall’estero e poi si fermano a lavorare qui. È nata proprio dalla specificità di questo territorio, il fatto di avere qui Ferrari, Lamborghini, Ducati, Dallara, Pagani. Ma gli ambiti su cui si può lavorare sono numerosi, non servono necessariamente marchi unici come questi. L’importante è spingere le imprese a lavorare in stretta connessione con le università, creando posti di lavoro nella ricerca e facendo leva sui bandi di finanziamento. Si può fare anche collaborando fra Regioni, visto che esistono specificità industriali che sono condivise».
Tra Veneto e Friuli Venezia Giulia esistono diversi punti di forza industriali condivisi, non solo gli elettrodomestici, ma anche il legno-arredo, l’acciaio, l’aerospazio, per fare solo alcuni esempi.
«Questo è uno dei motivi di rammarico dello straordinario lavoro compiuto in Emilia Romagna. Proposi di strutturare dei programmi di finanziamenti assieme alla Lombardia proprio nell’automotive proprio con lo scopo di aumentare la leva di sviluppo ma, alla fine, l’idea non andò in porto. Ma resto convinto della sua validità».
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