Ciucci: «Piano casa e fondi di coesione per sostituire i cantieri del Pnrr»
L’analisi del presidente nazionale Ance: «A Nordest la quota di investimenti è superiore alla media e la crisi di Hormuz può far ripartire i prezzi dei materiali»

Eletto a luglio alla presidenza dell’Ance, Antonio Ciucci, imprenditore romano di 57 anni, sta girando i territori per farsi conoscere e illustrare le linee guida del suo mandato al vertice dell’associazione dei costruttori. Un comparto che vale il 12% del Pil nazionale e dà a lavoro, compreso l’indotto, a 1,7 milioni di addetti. Ieri Ciucci era a Udine, per la sua prima tappa a Nordest.
Presidente, che momento sta vivendo oggi l’edilizia?
«È un momento ancora favorevole, gli investimenti restano elevati, anche se siamo in fase di chiusura dei cantieri del Pnrr. Però a Nordest gli investimenti, nel 2026, sono aumentati più della media nazionale. Il Trentino Alto Adige ha fatto registrare la migliore performance italiana con un +6,4%, ma anche Veneto con +5,9% e Friuli Venezia Giulia con +5,6% hanno fatto segnare incrementi importanti. E pure i dati dell’occupazione sono ottimi, le ore lavorate sono aumentate di un 2,2%. Nelle tre regioni di Nordest sono attive 122 mila imprese, delle quali circa 100 mila in Veneto».
Il filone Pnrr è in esaurimento. L’Ance cosa propone per “compensare” la perdita di cantieri che valgono decine di miliardi di euro?
«Ci sono due strade. La prima riguarda il piano casa varato del governo che coprirà però solo una parte degli investimenti del Pnrr, che quest’anno hanno rappresentato il 25% di tutte le spese per lo sviluppo fatte nel Paese. La seconda strada potrà essere costituita dall’aumento della spesa da parte delle varie Regioni attraverso i fondi di coesione europei. Spendiamo solo il 15% di questa dotazione, bisogna migliorare».
Come si potranno declinare in concreto queste idee?
«Auspichiamo una governance sul modello del Pnrr, che ha portato buoni risultati, grazie all’istituzione di una cabina di controllo centrale che dava assistenza, seguiva le stazioni appaltanti e i soggetti attuatori. È un sistema da riproporre».
Presto il governo varerà la legge di Bilancio. Quali misure chiede l’Ance per il 2027 in favore del settore?
«I fondi di compensazione annunciati dal governo per gli anni 2024 e 2025 in seguito all’aumento dei prezzi delle materie prime per la guerra in Ucraina non sono stati ancora erogati del tutto. Servirebbe una copertura finanziaria di un miliardo e mezzo di euro per il biennio. Facendo i conti del 2026, si prevede un altro miliardo e 800 milioni, ma che dovrebbe essere a carico delle stazioni appaltanti, visto che è stato modificato il meccanismo. Si tratta di un grosso problema per le aziende, che aspettano questi soldi da troppo tempo».
Quali altri fattori possono indebolire la solidità del comparto?
«La crisi dello stretto di Hormuz preoccupa molto. E ha già fatto lievitare alcuni costi, come quelli del gasolio in primis e poi del bitume stradale. Il timore più grande è che con l’incremento del prezzo del gas riparta una spirale di aumenti dei semilavorati, come acciaio e cemento che in edilizia sono fondamentali. Ci auguriamo che la crisi possa risolversi presto senza ulteriori danni».
Le costruzioni oggi garantiscono piena occupazione, ma le imprese spesso non trovano figure professionali adatte. Come pensate di risolvere la questione?
«L’origine del problema è da ricercarsi negli anni della grande crisi, tra il 2008 e il 2016, quando furono cancellate 130 mila imprese e si persero 600 mila lavoratori. Negli ultimi 5 anni ne sono stati recuperati 350 mila, ma il deficit complessivo non è stato colmato. Negli anni delle difficoltà è stata prosciugata anche la formazione, poi quando il settore ha accelerato, non c’erano più addetti pronti e quelli che sono rimasti nei cantieri hanno un’età media elevata. Ma formare le figure specializzate è un processo lungo, può durare anche dieci anni. Se vogliamo avere un settore costruzioni forte dobbiamo investire una quota di Pil ogni anno: discese e ascese non fanno bene, servirebbe continuità, anche per avere il numero adeguato di operai e tecnici».
Le nuove tecnologie come cambiano l’edilizia?
«Il processo è già entrato e sta aiutando la nostra industria. Anche nel piano casa vengono sottolineati i modelli “off site”, sistemi innovativi in cui si realizzano negli stabilimenti parti di edificio che successivamente vengono assembleate in loco. È la moderna declinazione della prefabbricazione, diversa e molto più efficace di quella degli anni Ottanta».
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