Camilla Benedetti: «Positiva la stretta Ue sulle importazioni di acciaio»

Per la presidente di Abs il settore sta vivendo una fase «leggermente positiva», con maggiori ordini acquisiti. «Resta l’incertezza legata alla guerra in Medio Oriente»

Maura Delle Case

«Dopo un lungo periodo di consumi molto ridotti anche legati alla necessità delle catene industriali di abbassare gli stock, siamo in un trend leggermente positivo, con un generale allungamento del portafoglio ordini delle acciaierie».

A fare il punto sul settore dell’acciaio è la presidente di Abs (divisione steel making del Gruppo Danieli), Camilla Benedetti, che se da un lato rileva una timida ripresa, dall’altro evidenzia «l’incertezza legata alle conseguenze della durata della guerra in Medio Oriente, che potrebbe, se non risolta in breve tempo, creare scenari economici molto difficili. La sovracapacità di produzione mondiale concentrata in Estremo Oriente e le conseguenti applicazioni di barriere doganali finalizzate alla difesa delle attività industriali delle diverse regioni del mondo rendono questo scenario ancora più instabile».

Sulla stretta UE a quote e dazi sull’acciaio importato, che aspettative avete?

«La direzione intrapresa è positiva perché ha come obiettivo preservare la base industriale europea e riequilibrare le condizioni competitive, oggi molto asimmetriche. Le acciaierie europee sostengono costi ambientali, energetici e sociali molto diversi da molti competitor extraeuropei. L’Europa deve difendere la propria industria e l’acciaio è uno di quei materiali alla base di tutti i settori industriali».

Quanto pesa l’impatto dei dazi Usa, anche sui prodotti che incorporano acciaio?

«Questo fattore è un ulteriore elemento che aumenta l’incertezza nelle catene del valore, perché può condizionare clienti, trasformatori e filiere industriali molto più ampie. In una fase in cui la fiducia è già fragile, le guerre commerciali incidono sulle decisioni di investimento e sui consumi. Abbiamo visto grandi Oem (Original Equipe Manufacturer) che in passato avevano spinto il proprio modello di business sulla globalizzazione delle catene di fornitura, ritornare indietro e affermare la necessità di rendere autonome le singole aree geografiche».

Alle tariffe doganali si aggiunge il tema energetico, aggravato dalla guerra nel Golfo. Le imprese lo stanno già pagando?

«Esiste un fattore di lungo periodo che vede l’Italia svantaggiata non solo nella competizione mondiale, ma anche in quella europea: il gap di costo dell’energia in Italia rispetto ai principali Paesi europei è spesso oltre al 20%, a nostro svantaggio. A questo scenario di base si aggiungono gli effetti negativi del conflitto che incidono ulteriormente sulla competitività estendendo la difficoltà non solo ai costi di produzione, ma anche a quelli del trasporto. Nella siderurgia elettrica come la nostra, il costo dell’energia è un fattore competitivo decisivo: senza energia stabile, sostenibile e a prezzi europei comparabili è molto impegnativo rimanere sui mercati».

In questo scacchiere come si sta muovendo Abs?

«Abs si sta muovendo su una strategia industriale che è riassunta nei nostri quattro pilastri: steel, sustainability, service e scientific know-how. Continuiamo a investire nella produzione di acciai speciali, in sostenibilità, digitalizzazione, servizio al cliente e ricerca. Stare su mercati esigenti come l’automotive, la meccanica, l’energia, il ferroviario, il medicale, il movimento terra in Europa e nel mondo significa proporsi come partner dei nostri clienti, affrontando con loro tutte le sfide che questo tempo così complesso ci impone. Crediamo che l’innovazione, che è sintesi creativa e propositiva dei nostri saperi, sia il modo più sano di reagire e l’unico che permette di preparare il futuro nel miglior modo possibile».

 

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