Aquafil, la redditività cresce con il nylon rigenerato. «Nuovi spazi in Cina»
L’ad Giulio Bonazzi spiega come il prodotto Econyl. Sta spingendo l’azienda ad affermarsi su nuovi mercati. E avvisa l’Europa: «Pechino avanti sul piano ambientale»

Giulio Bonazzi, amministratore delegato di Aquafil, è appena rientrato nella sede di Arco, in Trentino, dagli Stati Uniti. Negli Usa era arrivato direttamente dall’India. E tra pochi giorni ripartirà, ancora per gli Usa.
Bonazzi è quello che si dice un “amministratore delegato viaggiante”. Spiega: «Contattare direttamente i team sul posto, i clienti, i fornitori, è fondamentale. Ma non vado fiero delle mie tessere fedeltà, come George Clooney nel film Tra le nuvole».
Aquafil, azienda leader nella produzione di fibre di nylon e polimeri (e in particolare di nylon rigenerato), quotata a Piazza Affari, è infatti presente con propri stabilimenti in 13 paesi, dall’Europa agli Usa, dalla Cina al Giappone, con 2.400 dipendenti. Europa, Medioriente e Africa generano il 52,2% dei ricavi, il Nord America il 31,6%, Asia e Oceania il 15,8%.
I dati del primo trimestre 2026 sono stati registrati con soddisfazione. I ricavi sono stati di 133,8 milioni, in calo rispetto ai 144 milioni del primo trimestre 2025: ma è un trend che non preoccupa, determinato dal calo dei prezzi delle materie prime che è strettamente legato, nel settore, al prezzo del prodotto finito. Continua invece, come già nel 2025, la crescita della marginalità: l’Ebitda è salito a 19,8 milioni, da 17,1 milioni (l’anno scorso era salito del 16,1%, a 72,4 milioni). L’utile netto è stato positivo per 1,2 milioni, rispetto ai 400.000 euro del precedente. Sono gli effetti del lavoro sul campo, ma soprattutto di un piano di razionalizzazioni dei costi varato tra il 2024 e il 2025.
Quello degli Stati Uniti è il mercato che nel 2025 è andato meglio: su un totale di 520,8 milioni, i ricavi sono stati pari a 164,8 milioni (più 4,7%), grazie soprattutto all’andamento delle fibre per pavimentazione tessile (136,3 milioni, più 8,7%). Le fibre per abbigliamento sono andate meno bene (22,4 milioni, meno 7,6%) ma il primo trimestre 2026 ha segnato un rimbalzo per il segmento, con un più 14% dei volumi. «Per quanto riguarda le fibre da abbigliamento in Usa», dice Bonazzi, «il mercato è più complesso che in Europa, è più frammentato: non esistono i grandi gruppi del lusso. Ma presenta ampi margini di crescita ed è strategico».
In Asia invece la situazione è strutturalmente diversa. Nel 2025 l’area ha generato ricavi per 78 milioni con le fibre da pavimentazione (moquette, tappeti). Ma solo 3,2 milioni per le fibre da abbigliamento. «Il settore tessile asiatico è caratterizzato dalla richiesta di quantitativi enormi ma a valore aggiunto molto basso», spiega Bonazzi, «ed è un mercato dominato dai produttori cinesi, che hanno saputo costruire piattaforme produttive enormi, con una differenza di prezzi per il cliente che può arrivare al 100 per cento».
Ma qualcosa sta cambiando. «Stiamo assistendo in Cina a un fenomeno nuovo, e i primi segnali si possono cogliere anche in India», racconta, «ovvero la nascita di produzioni ad alto valore aggiunto. In Cina anche nel settore dell’abbigliamento sono nati gruppi del lusso paragonabili a quelli europei e per noi questa è una grande opportunità».
Il riferimento ai gruppi del lusso non è casuale. I filati di Aquafil si rivolgono infatti a un segmento di mercato medio-alto, marchi come Prada, Gucci, Louis Vuitton, Stella McCartney. E le moquette realizzate con il nylon di Aquafil tappezzano le sale d’aspetto di Delta Airlines.
Qui entra in gioco Econyl. Si tratta di nylon rigenerato da scarti o prodotti dismessi attraverso un procedimento chimico brevettato dopo anni di ricerca. Un caso unico in Italia: un concetto di economia circolare sviluppato in una produzione industriale. Certo la sua diffusione ha richiesto anni di lavoro sulla comunicazione con i clienti, ma oggi Econyl genera il 60% dei ricavi nelle fibre e l’anno scorso Aquafil ha inaugurato in Slovenia - dove è presente da tempo - il primo impianto dimostrativo per la separazione del nylon dai tessuti misti, una delle sfide più ardue. «Econyl per noi è un asset strategico. E l’obiettivo di una totale indipendenza dal petrolio resta centrale».
Come centrale è il tema degli approvvigionamenti di materia da rigenerare. «Rifornirsi da un produttore petrolchimico è semplice», spiega Bonazzi, «lo scarto invece è una materia prima molto più complessa: va fatto un lavoro accurato di ricerca, alla quale è dedicato un team, che trova i fornitori e chiude accordi specifici. All’inizio abbiamo lavorato soprattutto in Europa, ad esempio siamo diventati partner di un’azienda norvegese specializzata nel recupero delle reti da pesca. Ma ora lavoriamo anche con industrie extraeuropee».
Sul tema della sostenibilità, secondo Bonazzi, il mondo produttivo europeo sta rischiando di cadere in un equivoco esistenziale. «Sento ancora ripetere spesso, anche da fonti autorevoli, che i vincoli ambientali presenti in Europa sono una zavorra per il nostro sistema produttivo, soprattutto rispetto alla concorrenza cinese. È un atteggiamento arrogante e sbagliato. La tesi sul dumping ambientale dell’industria cinese è un luogo comune da sfatare: ne parlo per esperienza diretta, in base ai nostri stabilimenti in Cina. Ad esempio i vincoli sugli scarichi in acqua sono ormai più stringenti di quelli europei, così come quelli sugli scarichi in aria per i trasporti. Sul piano della sostenibilità sono partiti in ritardo, ma stanno lavorando molto in fretta. E c’è una differenza rispetto a noi: in Cina sono molto rigorosi nel far rispettare le regole, e questo accelererà i tempi».
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