«Servono banche più grandi per far crescere le imprese»
Elena Goitini, Amministratore di Bnl : «Per colmare il divario tecnologico l’Italia ha bisogno di giovani talenti»

Elena Goitini è la prima donna a guidare una delle principali banche internazionali in Italia. Dal 2021 è ceo di Bnl e country head per l’Italia del gruppo Bnp Paribas. La top manager ieri ha partecipato alla cerimonia di consegna dei diplomi ai giovani talenti del settore assicurativo e risk management del Mib, la scuola triestina per futuri manager.
Bnp Paribas è un player globale. Quali sono gli ostacoli alla realizzazione di un vero mercato unico in Europa?
«Il futuro del settore bancario passa da una maggiore integrazione europea. La competizione internazionale richiede banche solide, grandi e attrezzate per accompagnare lo sviluppo dell’economia reale. Per rafforzare l’Europa è necessario completare l’Unione bancaria, accelerare l’Unione dei mercati dei capitali e trattenere una quota consistente di risparmio che oggi viene investito fuori dall’Ue. Superare la frammentazione dei mercati finanziari è essenziale per consentire alle imprese di reperire le risorse necessarie alla crescita. A queste priorità si deve aggiungere la promozione dell’innovazione attraverso progetti industriali strategici».
L’Europa non riesce ancora a parlare per voce sola..
«Se l’Europa fatica a esprimere una governance unitaria, può comunque costruire una maggiore integrazione attraverso iniziative comuni nei settori strategici. La difesa, per esempio, è uno degli ambiti in cui questa capacità di fare sistema oggi è particolarmente necessaria».
Quanto pesa il nostro divario tecnologico rispetto agli Stati Uniti e alle big tech dell’intelligenza artificiale?
«Il divario tecnologico esiste, ma prima ancora dobbiamo investire di più nel capitale umano in Italia e in Europa. Senza un’adeguata formazione, l’innovazione rischia di non tradursi in un reale vantaggio competitivo. Abbiamo un numero di laureati insufficiente rispetto alle esigenze del sistema produttivo e non riusciamo a trattenere i migliori giovani talenti».
Quali sono le ragioni di questo ritardo?
«In primo luogo per la poca attrattiva dei salari. Un altro tema riguarda il trasferimento tecnologico: siamo capaci di produrre ricerca di qualità, ma spesso non riusciamo a trasformarla in innovazione industriale. Infine serve un ricambio generazionale. Le classi dirigenti italiane ed europee devono dare più fiducia alle giovane generazioni nei ruoli di vertice».
Come si può realizzare un’integrazione efficace tra ricerca e imprese?
«Con una forte visione imprenditoriale, centri scientifici di prestigio e un’istituzione capace di collegare industria e ricerca attraverso una vera politica industriale. I finanziamenti da soli non bastano mentre bisogna creare le condizioni per condividere idee e sviluppare progetti con una visione sistemica. In Italia esistono esperienze positive in diverse aree del Paese. Dobbiamo lavorare affinché la collaborazione tra ricerca e impresa diventi la norma e non rappresenti più un’eccezione da celebrare come il Parco scientifico triestino, l’Istituto italiano di tecnologia a Genova o il Politecnico di Bari».
Per garantire pari opportunità ai giovani servirebbe una maggiore integrazione europea anche nella formazione. Come superare le barriere tra i sistemi nazionali?
«La formazione deve garantire ai giovani pari opportunità di crescita e affermazione in Europa, valorizzando il merito e le competenze. I rapporti di Draghi e Letta delineano con chiarezza le priorità per la competitività europea: la vera sfida è tradurre le strategie in risultati concreti».
Perché l’Europa non è riuscita a far nascere campioni globali nel settore delle big tech?
«La frammentazione tra Stati nazionali e modelli formativi diversi è certamente un ostacolo, ma questo problema non dipende solo dalla complessità della governance. Dobbiamo lavorare maggiormente con gli imprenditori che operano già su scala europea, costruendo progettualità comuni nei settori strategici. È così che possiamo favorire la nascita di campioni industriali europei capaci di competere con i grandi operatori tecnologici statunitensi».
L’Ai porta con sé opportunità, ma anche rischi. Qual è la sua valutazione?
«Non ho una visione distopica. Credo che la tecnologia, se gestita correttamente, possa diventare un potente fattore di sviluppo. Parlo soprattutto sulla base della mia esperienza nel settore bancario e finanziario, dove la fiducia rappresenta un elemento essenziale. L’innovazione tecnologica può accelerare la trasformazione dei modelli di business, ma è fondamentale che sia accompagnata da una visione chiara e lungimirante».
È favorevole all’Ai nei processi bancari?
«Sono favorevole all’Ai a patto che l’essere umano resti coinvolto nelle decisioni: non possiamo delegare a un algoritmo scelte che richiedono responsabilità, giudizio e spirito critico. Servono trasparenza sui dati, comprensione dei modelli e una definizione chiara delle attività affidabili all’Ai. Tra entusiasmo incondizionato e scenari catastrofici, preferisco un approccio realistico: sperimentare, utilizzare l’Ai in modo protetto e responsabile, imparando dall’esperienza concreta. Anche i primi bancomat furono accolti da scetticismo. Sono convinta che l’Ai contribuirà a evolvere il settore».
L’euro digitale può contribuire a questa integrazione?
«Può diventare uno strumento fondamentale per costruire un sistema di pagamento europeo integrato, semplice e accessibile, rafforzando l’autonomia e la competitività dell’Unione. Come un treno che necessita di binari comuni per attraversare le frontiere senza interruzioni, anche i pagamenti hanno bisogno di un’infrastruttura condivisa».
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