Generali, il nodo dell’indipendenza tra nuovi soci e Antitrust

Si allontana l’accordo di bancassicurazione con Mps. Il Leone di Triste in difesa della propria autonomia

mentre l’Authority valuta i contorni dell’operazione

Roberta Paolini

 

Ad aver potuto ascoltare le parole pronunciate nelle scorse ore nella Torre Hadid di Generali, difficilmente si sarebbero colte espressioni di gaudio per l’annunciato naufragio del piano con cui il management di Mps intendeva contrastare l’offerta di Intesa.

È una deduzione che sta nei fatti, non una lettura politica: con la bocciatura del piano Lovaglio, il Leone perde la possibilità di costruire con Mps un accordo di bancassicurazione che avrebbe valutato, come annunciato nei mesi scorsi, per le sue opportunità industriali. E vede avvicinarsi un doppio effetto: un’occasione di crescita che sfuma cui si somma una rete distributiva che, nel disegno dell’Opas di Intesa Sanpaolo andrebbe invece a Unipol, il primo concorrente di Generali nei Danni, come pure dovrebbe andare alla compagnia quell’accordo in scadenza per la distribuzione delle polizze con Axa. Visti dal Golfo di Trieste o da Piazza Tre Torri a Milano, i primi effetti dell’operazione di Ca’ de Sass non apparirebbero dunque buoni.

La contemporanea convivenza dell'azionista finanziario e concorrente è qui che incontra la logica del business, prima, e gli effetti sulle scelte strategiche, inevitabilmente, poi. Intesa assicura che non intende entrare nella gestione di Generali, della quale diventerebbe il primo socio attraverso la partecipazione del 13,5% custodita da Mediobanca.

E non c’è motivo per non credere a questa dichiarazione di intenti. Tuttavia l’operazione con cui l’istituto arriverebbe nel capitale sottrae al Leone una prospettiva commerciale e ne offre una al concorrente Unipol.

Non è una prova di ingerenza nelle decisioni della compagnia. È però la dimostrazione di quanto sia stretto e delicato l’intreccio tra gli assetti azionari e gli interessi industriali sul quale l’Antitrust, infatti, è chiamata a pronunciarsi.

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La redazione

Anche la parola indipendenza, a seconda che la si pronunci in Ca' de Sass o in Piazza Tre Torri, assume significati diversi. Carlo Messina l’ha spiegata nei giorni scorsi come una garanzia contro le scalate: con Intesa nel capitale, nessuno potrebbe più acquisire Generali.

Per l'ad di Generali Philippe Donnet, invece, l’indipendenza riguarda la compagnia, il suo consiglio di amministrazione e la libertà di decidere strategie e alleanze nell’interesse di tutti gli azionisti.

La differenza non è di poco conto. Generali è una public company nella quale convivono grandi soci e azionariato diffuso. La presenza dei primi non cancella il secondo e soprattutto non attribuisce a una minoranza, da sola o insieme ad altre, il diritto di dirigere la compagnia. Il consiglio era autonomo prima che Mps acquisisse Mediobanca e deve esserlo anche dopo. Chi vuole comandare, d'altronde, deve pagare un premio di controllo. È il mercato che lo pretende.

È su questo confine che si collocano i paletti indicati recentemente anche dal presidente dell’Antitrust Saverio Valentino: la quota indiretta di Intesa in Generali dovrebbe restare un «mero investimento finanziario», senza attribuire «qualsiasi potere di influenzare il comportamento» del Leone.

Una questione che va oltre la protezione da eventuali compratori e investe il rapporto fra concorrenti: Intesa opera nelle assicurazioni, Generali anche, mentre Unipol beneficerebbe della cessione del marchio Mps e della rete prevista dall’accordo con Ca’ de Sass oltre che dell'accordo di bancassurance in scadenza a Siena con Axa.

Come è pur vero che sull’offerta bocciata dall’assemblea per Banca Generali, il Leone che è azionista di controllo, avrebbe potuto valutare un disegno industriale con la sua traiettoria di crescita nell’asset management.

E invece, ironia della sorte, gli stessi azionisti che avevano aperto la strada a Siena per Piazzetta Cuccia, a tredici mesi da quell’operazione, ne hanno bloccato il completamento: anche la fusione con Mediobanca è stata infatti bocciata dall’assemblea.

Lovaglio ha ricordato il «plebiscito all’assemblea Mps dello scorso anno» e l’«adesione massiccia da parte degli azionisti di Mediobanca», dicendosi «sorpreso» del «cambio di rotta» di Intesa sulla fusione, inizialmente favorevole e poi orientata a non approvarla.

Il no dell’assemblea non consegna tuttavia il Monte a Messina secondo Lovaglio. «Non è il verdetto finale sul futuro del Monte», ha osservato, ma «solo un passaggio». In quanto «tra il voto di oggi e l'obiettivo dichiarato» da Intesa «c'è ancora una strada lunga» che culminerà nel «procedimento Antitrust», ha ricordato in assemblea. Da qui dipenderanno il perimetro dell’operazione, i correttivi e le condizioni sulle quali i soci dovranno decidere se aderire. È lì che la promessa di un azionista soltanto finanziario dovrà trovare una forma concreta. Perché, per Trieste, essere indipendenti significa evidentemente anche poter scegliere con chi fare affari.

 

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