I rischi della spirale industriale
Quanto sta succedendo dovrebbe farci capire che l'economia mondiale si sta avvitando in una spirale di politiche industriali e commerciali che rischia di far pagare un conto molto salato ai ceti meno abbienti
![In this Feb. 24, 2017, photo, factory workers assemble the cases on air conditioners on an assembly line at a Haier factory in Jiaozhou near Qingdao in eastern China's Shandong Province. U.S. President Donald Trump's latest tariff hike on Chinese goods took effect Friday, May 10, 2019, and Beijing said it would retaliate, escalating a battle over China's technology ambitions and other trade tensions. (ANSA/AP Photo/Mark Schiefelbein) [CopyrightNotice: Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved.]](https://images.ilnordest.it/view/acePublic/alias/contentid/5fc01e67-4484-499c-813e-f298b54cc03a/1/copia-di-copy-of-sp_115879181.webp?f=16%3A9&w=840)
Il governo cinese non ha perso tempo nel contrapporre un nuovo dazio alle importazioni di auto europee dopo che l'Ue aveva alzato le barriere tariffarie alle auto provenienti dalla Cina. La giustificazione formale della decisione Ue – la distorsione della concorrenza creata dai sussidi che Pechino assicura alla propria industria automotive – si presta a facili contestazioni.
L'Ue avrebbe dunque dovuto imporre barriere ancora più alte alle auto elettriche, ai pannelli solari e ai semiconduttori, dunque anche a telefoni e pc, importati dagli Stati Uniti, oggi sussidiati attraverso nuove politiche industriali che stanno riversando proprio su questi settori circa 500 miliardi di dollari.
Quanto sta succedendo dovrebbe farci capire che l'economia mondiale si sta avvitando in una spirale di politiche industriali e commerciali che rischia di far pagare un conto molto salato ai ceti meno abbienti e alle economie in via di sviluppo. Non dobbiamo mai dimenticare che un dazio è una tassa sul consumo, pagata soprattutto da chi ha meno capacità di spesa. Tuttavia, le ragioni su cui si basano le nuove politiche industriali e di difesa commerciale sono difficili da negare. La cosiddetta iper-globalizzazione che si è sviluppata con la fine della guerra fredda ha ridotto la distanza fra economie industriali e quelle in via di sviluppo: per capirci, nell'arco di trent'anni la quota del Pil mondiale dell'insieme delle economie G7 è passato dal 70% a poco più del 40%.
Nello stesso periodo la produzione manifatturiera della Cina è passata dal 3% all'attuale 25%, seguita da altre economie emergenti dell'Asia. Oggi un terzo delle esportazioni mondiali ha origine in Paesi di reddito medio e basso, quota raddoppiata in trent'anni. Allo stesso tempo la povertà assoluta (persone che vivono con meno di due euro al giorno) si è ridotta dal 40% al 10% della popolazione mondiale. Questa convergenza tra economie nazionali si è però accompagnata a una crescita delle disuguaglianze interne ai Paesi avanzati, colpendo soprattutto quella classe media che svolge un ruolo fondamentale nelle democrazie moderne.
La difesa dell'occupazione industriale risponde dunque anche a un'esigenza di stabilità politica, oltre che a un insieme di altri obiettivi ritenuti strategici, quali il presidio di tecnologie di frontiera, promuovere l'innovazione ambientale, garantire le forniture in settori vitali come difesa, alimentare, salute, cybersecurity. Il problema nasce quando la politica industriale cambia prospettiva, passando da interventi limitati a sostegno di obiettivi sociali, all'impiego massiccio di mezzi economici per perseguire obiettivi geopolitici strategici, alimentando divergenze che premiano chi dispone di maggiori risorse finanziarie. Frenare questa spirale attraverso il rilancio della cooperazione internazionale diventa perciò fondamentale. In particolare per economie che, come l'Italia, dipendono in misura rilevante dal commercio internazionale, ma anche per molti paesi in via di sviluppo, che rischiano di rimanere indietro nella corsa verso condizioni di benessere, necessarie a ridurre la pressione migratoria e garantire condizioni di pace e stabilità politica.
Obiettivi, quest'ultimi, che sarebbe assurdo sacrificare sull'altare di una presunta sovranità economica.
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