Le olimpiadi, «una montagna di soldi»

I Giochi invernali bisogna farli, ma non raccontando bugie: questo il messaggio del libro di Giuseppe Pietrobelli: «Sprechi, incompiute e affari»

Renzo Mazzaro
Il cantiere della pista da bob di Cortina, durante i lavori
Il cantiere della pista da bob di Cortina, durante i lavori

Unica voce critica sulle Olimpiadi in circolazione nel Veneto, il libro di Giuseppe Pietrobelli “Una montagna di soldi” andrebbe letto solo per pareggiare il coro che plaude agli organizzatori fin dall’inizio dell’avventura olimpica. Pareggiare si fa per dire: come già accaduto per il Mose, l’operazione Olimpiadi Milano-Cortina è nata con garanzie accettate a scatola chiusa dal sistema mediatico.

Lo Stato non avrebbe messo un euro, i costi sarebbero stati pareggiati dagli sponsor e dai biglietti, nessuna nuova opera sarebbe stata realizzata se non già pianificata, la montagna avrebbe ricavato vantaggi enormi, miliardi di spettatori in tutto il mondo e ricadute favolose per il nostro Paese.

Così andava dicendo il sottosegretario Alessandro Morelli. Un filino di dubbio avrebbe almeno salvato la faccia, perché sta andando all’incontrario. Cominciando dal comitato organizzatore - scrive Pietrobelli - che doveva essere interamente finanziato da privati per un milione e mezzo, invece ne costerà due e il disavanzo è a carico dei contribuenti.

La pista da bob di Cortina è diventata l’emblema della mistificazione: il Cio consigliava di andare a Innsbruck invece di riadattare quella di Cortina perché il bob è uno sport di nicchia, ma il presidente Luca Zaia disse orgogliosamente «si farà in Veneto e la pagheranno i veneti». Salvo prendere prudentemente il largo quando i costi di ripristino cominciarono a lievitare, perché non si trattava solo di «riesumare un cadavere eccellente», espressione sua, bisognava realizzarla ex novo (costo 120 milioni di euro, con perdita di mezzo milione ogni anno futuro).

Le varianti di Cortina (678 milioni) e di Longarone (481 milioni) che dovevano essere pronte per le Olimpiadi, sono una appena progettata e l’altra non ancora disegnata sulla carta, per tacere dei finanziamenti parzialmente da inventare.

I grandi esclusi

Nessun coinvolgimento delle comunità locali è avvenuto, le Olimpiadi sono state un evento interamente calato dall’alto. Opere ferroviarie per tre miliardi di euro non sono oggi neanche cominciate. Mentre il sindaco di Cortina non dorme di notte temendo la bancarotta del Comune, tra Lombardia e Veneto è partito l’assalto alla diligenza, all’insegna di una “Olimpiade diffusa” che doveva invece essere occasione di sobrietà e risparmio.

Lo sviluppo della montagna è incentrato solo sullo sci. Per portare più gente possibile sulla neve occorrono strade più veloci che partono da più lontano, da inserire forzosamente su un territorio che le respinge. Bisogna moltiplicare gli impianti di risalita, portare i cannoni sparaneve fino a tremila metri per prolungare le stagioni. Un cerchio che si allarga sempre di più.

«È una sconcertante consuetudine del nostro Paese», dice Pietrobelli, «che le grandi opere vengano realizzate in occasione di grandi eventi sportivi. I soldi creano le opere e queste creano il successo politico che si traduce in consenso al momento del voto. Ma non sarà un caso che Belluno sia stata la provincia con la percentuale di astensionismo più alta nelle recenti elezioni regionali, un distacco notevole rispetto alla media regionale. Vuol dire che tutta questa ricaduta locale non si vede e la percepisce anche la gente comune».

Le Olimpiadi bisogna farle ma non raccontando bugie: questo il messaggio del libro.

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