La neve sopra Sarajevo: dal 1984 un augurio per Milano-Cortina 2026
Sarajevo 1984, “le Olimpiadi più belle di sempre” furono un tentativo di dialogo tra blocchi contrapposti, Milano-Cortina arriva in un contesto internazionale per certi versi ancora più frammentato e complesso. Entrambe le edizioni condividono l'ambizione di lasciare un'eredità duratura

Nel 1984, Sarajevo si trovò al centro dell'attenzione globale per la prima volta nella sua storia. La decisione di assegnare alla capitale della Repubblica Socialista di Bosnia ed Erzegovina i XIV Giochi Olimpici Invernali fu annunciata il 18 maggio 1978, durante l'80ª sessione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ad Atene. Le candidature alternative erano quelle di Sapporo, in Giappone, e Göteborg, in Svezia.
Si trattava dei secondi Giochi Olimpici assegnati a un paese socialista, dopo Mosca 1980, e i primi invernali in assoluto. Ma Sarajevo 1984 rappresentò una novità anche in molte altre cose, a partire delle cerimonie: quella di apertura e di chiusura si tennero in due sedi distinte, rispettivamente allo stadio Koševo e al palazzo Zetra. Un modello che Milano-Cortina 2026 riprende curiosamente per la prima volta in oltre quarant’anni, con l'apertura allo stadio San Siro di Milano e la chiusura all'Arena di Verona.

La Jugoslavia accolse 1.272 atleti da 49 nazioni (998 uomini e 274 donne) (a Milano-Cortina sono oltre il doppio!). Per ospitarli vennero realizzate numerose strutture sportive in città e sulle montagne circostanti, il riutilizzo post-olimpico degli impianti di Sarajevo 1984 è un vero esempio, messo a dura prova da dieci, tragici, anni di guerra. Sul monte Trebević la pista di bob è oggi un’attrazione per comitive di turisti curiosi, ma tra quelle montagne si scrissero alcune tra le pagine più cruente delle guerre balcaniche e la pista, spariti gli slittini, divenne prima una postazione d’artiglieria e poi una enorme tela, colorata da generazioni di writer. Il podio di cemento, originariamente destinato alla premiazione degli atleti, venne successivamente utilizzato come luogo per le esecuzioni da parte delle truppe assedianti.
La Sala Olimpica Zetra, dove si tenne la cerimonia conclusiva dei Giochi, durante l’assedio venne trasformata in un obitorio e poi in un’area di stoccaggio delle forniture ONU. Oggi è tornata a nuova vita, come spazio per fiere e concerti. Al suo interno, un piccolo museo (https://www.facebook.com/profile.php?id=100064097822472) ripercorre le tappe di quei giorni incredibili.
Nel 1984 erano passati ormai quattro anni dalla morte di Tito, che fortemente aveva voluto la kermesse olimpica: quell’evento doveva mostrare al mondo il nuovo corso della Jugoslavia e il successo della terza via, alternativa sia all’Occidente che all’Unione Sovietica, che per un certo periodo sembrò davvero sul punto di convincere tutti.
A differenza delle Olimpiadi di Mosca 1980 e di quelle di Los Angeles (che si sarebbero tenute l’estate stessa del 1984) a Sarajevo parteciparono sia gli atleti russi che quelli americani: Sarajevo come il trionfo del “non allineamento”, un messaggio di unificazione e fraternità tra i popoli che arrivava dalla città più multietnica di Europa. Una narrazione che sembrava poter resistere ancora a lungo ma che invece rivelò tutte le proprie fragilità solo pochi anni più tardi.
La mascotte ufficiale dei Giochi olimpici invernali di Sarajevo 1984 era Vučko, un simpatico lupo, dallo sguardo forse un po’ inquietante. La proposta creativa venne presentata dal pittore sloveno Jože Trobec e Vučko vinse una gara in cui la concorrenza – a dire il vero – non era granché, tra palle di neve, camosci e agnelli. La mascotte voleva contribuire a riposizionare l’immagine del lupo come un animale affabile, in contrasto con l’idea tradizionale di un predatore sanguinario. Si racconta che il successo di vendita dei souvenir di Vučko non sia stato ancora superato da nessuna altra mascotte delle successive edizioni olimpiche.
I gadget nei Balcani si vendono ancora, ma oggi fanno leva sulla “jugonostalgia” e non più sullo sport. Nello shop online di “Yugo Dream” (85mila follower su Instagram) si vendono online articoli ispirati all’iconografia balcanica dal 1945 al 1991 e disegnati da “creator” più o meno nostalgici. Tra i prodotti più venduti ci sono la t-shirt con la pista di bob delle Olimpadi del 1984 e quella dedicata allo sci nordico.
Negli ultimi decenni, si è diffusa l’idea che Tito fosse stato l’unico in grado, per quasi cinquant’anni, di mantenere la coabitazione e la pacificazione forzata di popoli diversi. Dopo decenni dalla sua scomparsa, molti conservano un forte attaccamento al Paese che non c’è più e rimpiangono la sua disgregazione: il memoriale del dittatore a Belgrado è una delle attrazioni più visitate dei Balcani, dove gran parte delle persone fa ancora fatica a spostarsi, visto che il passaporto serbo e bosniaco preclude l’accesso a molti paesi del mondo, come invece consentiva quello, ben più forte, della Jugoslavia unita.
La nostalgia è un sentimento diffuso specialmente in Bosnia, paese lacerato dagli accordi di Dayton che – di fatto – cristallizzarono la mappa già partorita dalla mente di Radovan Karadzic: un puzzle di territori in cui la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, croata e musulmana, convive forzatamente con la Repubblica Srpska, avamposto più estremo dell’orgoglio serbo.
All’aeroporto di Sarajevo il lupo Vučko è tornato più volte, anche in occasione di Parigi 2024. “Keep the flame alive”, recita lo slogan dell’account ufficiale del 40esimo anniversario dei giochi. Un messaggio recita: “Celebrando il passato, stiamo costruendo il futuro, ed è proprio questo il messaggio della settimana olimpica di Sarajevo, quella che vogliamo rimanere testimoni di tutto quello che facciamo e di quello che dobbiamo ancora fare”.
Sarajevo 1984 fu un tentativo coraggioso e bellissimo di dialogo tra blocchi contrapposti, Milano-Cortina arriva in un contesto internazionale per certi versi ancora più frammentato e complesso. Entrambe le edizioni condividono l'ambizione di lasciare un'eredità duratura. L'augurio è che la kermesse italiana possa ritrovare quello spirito, quel fascino e quell’atmosfera che, secondo l’allora presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Juan Antonio Samaranch, contribuì a rendere l’olimpiade di Sarajevo “la più bella di sempre”.
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