Verri: «L’eredità dei Giochi è nella reputazione, Cortina la sfrutti come ha fatto Torino»

Paolo Verri è il “guru” delle Olimpiadi 2006 e Matera capitale cultura:  «Le infrastrutture? L’importante è che arrivino in tempi congrui. La pista da bob? Dipende dalla Federazione. Se saprà utilizzarla, allora sarà stato un buon investimento»

Laura Berlinghieri
Paolo Verri, il guru delle Olimpiadi 2006 e di Matera Capitale della Cultura
Paolo Verri, il guru delle Olimpiadi 2006 e di Matera Capitale della Cultura

Volto della rivoluzione di Torino, negli anni delle Olimpiadi. Mano dietro la candidatura di Matera a Capitale europea della cultura. E mente degli eventi del Padiglione Italia, durante l’Expo. Dietro le grandi iniziative che il nostro Paese ho ospitato negli ultimi vent’anni, la presenza di Paolo Verri è stata costante.

Torinese, osservatore anche dell’ultimo, grande evento ospitato dall’Italia: le Olimpiadi e le Paralimpiadi di Milano-Cortina. «Vissute questa volta da spettatore – racconta – ho assistito alle cerimonie di apertura delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi. Poi ho visto le gare di hockey, di pattinaggio di figura e di velocità».

La sua impressione su Cortina?

«Una città che non era più la capitale delle Alpi dai tempi delle prime Olimpiadi; se non addirittura dal suo racconto in Addio alle armi, dove non a caso Hemingway mise insieme Cortina, Milano e Venezia. Adesso, con questi Giochi, è tornata nell’immaginario collettivo, ed è un’ondata di relazioni che dovrà essere brava a sfruttare nei prossimi anni».

Citava Venezia: perché?

«Perché anche Venezia ha beneficiato delle Olimpiadi, in particolare durante il viaggio della fiaccola. Un percorso che ha mostrato quanto straordinaria sia l’Italia e quanto siano vicine le nostre città. È un valore per noi scontato, ma che tutto il mondo ci invidia. Pensiamo alle distanze che sono abituati a percorrere gli americani, i cinesi, gli argentini; ma anche i francesi e i tedeschi. Le Olimpiadi ci hanno reso consapevoli dell’abbraccio delle Alpi che ci tiene insieme. È importantissimo, in un tempo in cui la geografia è tornata ad avere un ruolo centrale».

Torino 2006: come è cambiata la città con le Olimpiadi?

«Per rispondere a questa domanda, abbiamo fatto due sondaggi coinvolgendo 10 mila persone, di cui la metà italiani, chiedendo loro cosa pensassero di Torino. Nel 1998, le risposte ruotavano attorno a tre sole parole: Agnelli, Fiat e Juventus. Nel 2008, sono cambiate drasticamente: anche nella percezione collettiva, Torino è diventata città d’arte, di storia, di bellezza. E così sarà per Milano e Cortina. Anche perché tutti si sono resi conto di quanto siamo bravi noi italiani a organizzare i grandi eventi: quella reputazionale è una grande legacy».

Dunque, lei fa il tifo anche per le Olimpiadi estive?

«Ero nel gruppo che lavorò alla candidatura, poi ritirata, per Roma. È una città che avrebbe bisogno enorme delle Olimpiadi estive, per concludere il progetto di riqualificazione e riposizionamento intrapreso. A Torino, sono stati investiti 15 miliardi di euro in dieci anni. La disoccupazione è scesa dal 16% al 6%. Sono stati costruiti il passante ferroviario e la metropolitana, è stato raddoppiato il politecnico, i musei sono passati da quattro a diciotto. E oggi Torino ospita le Atp Finals, ha ospitato l’Eurovision. Tutto questo, senza una malversazione: anzi, dei 2 miliardi di euro necessari per la candidatura, abbiamo persino risparmiato 60 milioni».

Tasto dolente di queste Olimpiadi: le opere progettate, ma che non sono ancora state realizzate…

«Ma è normale, le Olimpiadi servono a illuminare una trasformazione. L’importante è che le opere si facciano in tempi congrui e rispettando il budget, ma l’operazione di ricognizione del cambiamento è normale che sia molto più lunga dei tempi dei Giochi».

E la pista da bob: opera da evitare?

«Dipende. A Torino, le sole cose che non hanno funzionano sono state le piste del bob e del salto; non perché progettate male, ma perché le federazioni non hanno mantenuto la promessa che avrebbero continuato ad allenarsi a Torino, anche dopo le Olimpiadi. Quindi, se la pista di Cortina continuerà a essere utilizzata anche per i prossimi dieci anni – con allenamenti e competizioni internazionali – allora è stato un buon investimento. Se invece la pista sarà abbandonata, non dando continuità allo sforzo fatto, allora il suo valore sarà zero. Il modello deve essere Barcellona, che negli anni dopo le Olimpiadi ha valorizzato le sue infrastrutture».

L’impressione è che queste Olimpiadi siano partite in sordina, per poi fortificarsi giorno dopo giorno…

«È andata esattamente così. All’inizio, erano tutti molto scettici, nessuno avrebbe scommesso un euro su queste Olimpiadi, e invece poi abbiamo visto immagini epiche. Come la prestazione della Vonn, che avrebbe potuto non gareggiare, e invece si è messa in gioco ed è caduta, rischiando di perdere una gamba. Parliamo di un simbolismo unico, a cui tutti abbiamo assistito contemporaneamente».

Un errore?

«Proprio il percorso di avvicinamento, dedicato tutto allo sport e non ai territori. Le Olimpiadi sono state organizzate perfettamente, ma i luoghi non erano pronti. Per questo, essendo cresciute progressivamente, una volta terminate hanno lasciato un senso di sconforto: perché la voglia di Olimpiadi è ancora enorme. E il fatto che già una decina, tra città e regioni, abbiano espresso il desiderio di candidarsi a ospitare i Giochi estivi la dice lunga».

Sicuramente l’estetica delle nostre montagne è stata un aiuto non da poco.

«L’aver cominciato a Milano, proseguito a Verona e chiuso a Cortina ha mostrato come progressivamente il prodotto si qualificava. Da Milano – città globale e quindi simbolo di quantità – siamo arrivati alla qualità. Ed è questa l’eredità principale che dobbiamo portare a casa: lavorare sulla qualità, soprattutto nel turismo e nelle relazioni. Lo abbiamo fatto con queste Olimpiadi, trasformando le città e colmando dei vuoti: con le infrastrutture, con lo studentato a Milano. Dovremo continuare a farlo anche negli anni a venire». —

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