Il direttore artistico delle cerimonie olimpiche: «Ecco come sarà lo show all’Arena»

L’intervista al direttore artistico Alfredo Accatino. Due anni di lavoro, quattromila persone coinvolte, una cerimonia diffusa tra Verona, Milano e Cortina e un’Arena trasformata in una venue spettacolare e accessibile. «Nulla è lasciato all’improvvisazione, tutto è studiato al secondo»

Laura Berlinghieri
Alfredo Accatino, direttore artistico e presidente di Filmmaster
Alfredo Accatino, direttore artistico e presidente di Filmmaster

Alfredo Accatino, direttore artistico e presidente di Filmmaster, la mente dietro le cerimonie di chiusura delle Olimpiadi e di apertura delle Paralimpiadi. Con quanto anticipo si inizia a lavorare a un evento simile?

«Almeno due anni, ma non è una regola: possono servirne anche il doppio, dipende dall’esperienza. A Torino 2006, l’evento che mi ha cambiato la vita, eravamo alle prime armi e ci volle molto più tempo».

Cosa significa allestire una macchina mastodontica come questa?

«Intanto bisogna sviluppare i concept, poi si pensa allo stage. Tenendo sempre sott’occhio il lato economico, per stare nei costi. E il resto: sicurezza, accessibilità, rapporti con la soprintendenza. Nel mezzo, ci sono le presentazioni interne: a comitati internazionali, broadcast».

Per un totale di quante persone coinvolte?

«La nostra macchina è di 250 persone. Ma, complessivamente, per le due cerimonie ne saranno coinvolte quattromila. Collocate in mezza Europa: la squadra è volutamente tutta italiana, divisa tra Roma, Milano e Verona; ma poi la regista è americana e vive a Londra, un’altra professionista della produzione sta in Portogallo. È persino più impegnativo di quanto si immagina».

Avete parlato di cerimonia diffusa: cosa significa?
«Che le cerimonie coinvolgeranno le varie venue olimpiche. Fermandosi a Verona, poi, lo spettacolo non sarà solo all’Arena, ma anche al Teatro Filarmonico, dove suoneranno orchestra e coro dell’Arena. E coinvolgeremo l’esterno, con piazza Bra. Abbiamo stravolto i canoni dell’opera».

E l’estetica?

«Stravolgeremo anche quella. Allestiremo un grande palco al centro dell’Arena, circondato dal pubblico, con una collina riempita da led ed elementi scenici. Porteremo effetti mai visti».

Che non ci può anticipare...

«Il silenzio è la prima regola. Ma un tempo c’era molto più rigore. Ora i particolari vengono svelati un po’ per volta».

Vale anche per gli ospiti? Per ora è stato annunciato il solo Roberto Bolle...

«Non sarà l’unico. Stiamo trattando con un grande ospite proprio in queste ore. In generale, ci saranno tantissimi artisti, provenienti da tutti i mondi. Danza: dalla classica, con la scuola di Eleonora Abbagnato del Teatro dell’Opera di Roma, alla contemporanea. Dalla musica elettronica all’opera lirica. Giovani talenti e maestri».

Quale spazio per gli atleti?

«Nella cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, prima sfileranno le bandiere e poi gli atleti, tutti insieme. Quanto all’apertura delle Paralimpiadi, all’Arena ci saranno tutte le nazioni, mentre gli atleti si divideranno tra Verona, Cortina e Milano».

Grazie alla cerimonia Paralimpica, l’Arena sarà totalmente accessibile: è una delle eredità dei Giochi. È questo lo spirito che l’Olimpiade dovrebbero portare con sé?

«
Le Olimpiadi non possono mai lasciare una legacy chiusa, devono indicare la strada. L’Arena sarà più accessibile, ma avrà ancora tanti problemi da risolvere. Questo deve essere l’inizio di un percorso. La notte scorsa ho dormito in un albergo a Venezia, dove, se avessi avuto problemi di mobilità, sarei stato in difficoltà. Nel 2026 è inaccettabile. Questa città ha ancora tanto su cui lavorare».

Una domanda di cui possiamo anticipare la risposta: quanto può essere lasciato all’improvvisazione in cerimonie di questo tipo?

«Nulla. È tutto a incastro, con timeline studiate al secondo: interventi degli speaker, luci, video. È una macchina che non può fallire».

Sono previsti piani B?
«Assolutamente. A Parigi, una parte dello show è stata tagliata per motivi di sicurezza, visto l’acquazzone. Ma noi sappiamo che, salvo cataclismi, qualsiasi saranno le condizioni meteo, andremo in scena».

L’imprevisto, però, è sempre dietro l’angolo...

«Torino 2006, cerimonia in mondovisione. Pronti a partire. Ma gli addetti alla sicurezza, per un malinteso, bloccano i due speaker: italiano e inglese. È bastato uno sguardo con il regista, Ric Birch. Abbiamo preso i microfoni e, per una buona mezz’ora, siamo stati gli speaker ufficiali della cerimonia olimpica. Certo, io in romanesco e lui con l’accento australiano; ma abbiamo salvato le Olimpiadi».

Volevo chiederle se almeno durante la cerimonia riuscirà a rilassarsi un po’: evidentemente no.

«Se non ci saranno condizioni climatiche particolari, né imprevisti, spero di sì. Posso contare su collaboratori che sono grandi professionisti».

L’Arena, sito Unesco, è un palcoscenico iconico, ma anche complesso da affrontare. Come è stato trasformarla in una venue olimpica?

«Quando abbiamo saputo che avrebbe ospitato le cerimonie, il primo sentimento è stato l’emozione».

E il secondo?

«Preoccupazione totale».

Superata dall’esperienza?

«Ma quando mai. È stato bellissimo, ma pure molto impegnativo. A partire da un elemento, al quale forse non si pensa: il freddo. Alcune settimane fa, abbiamo trascorso due notti lì per girare una clip, e ci siamo congelati. Lavorare in uno stadio è molto più semplice. L’Arena è tutta all’aperto. Ed è un monumento storico, quindi bisogna prestare il triplo dell’attenzione. Però, dal punto di vista emotivo, lavorare in un luogo così non ha pari».

L’obiettivo è stupire sempre. Ma come si fa, con un pregresso di cerimonie straordinarie come Atene 2004 o Pechino 2008, o scene iconiche come quella di Daniel Craig che si è fatto paracadutare nel London Stadium con la regina Elisabetta?

«L’esperienza di Torino 2006 mi ha insegnato che, quando si lavora con passione e umiltà, nulla è irrealizzabile, nemmeno le cose che sembrano impossibili. Io do sempre il massimo, e questa è la formula per non rimproverarsi mai nulla».

E lo stress come lo gestisce?

«Il segreto è non farsi prendere dal panico anche di fronte alle situazioni complicate: preventivi alti che impongono tagli, permessi che non arrivano, artisti che fanno i capricci. La verità è che io ogni giorno mi sveglio con delle grandissime rotture di scatole».

Gli artisti: tutte prime donne?

«Diciamo che lavorarci non è sempre facile».

Come nasce il canovaccio di una cerimonia olimpica?

«Prima di tutto, dallo studio di tutti gli eventi passati. E poi c’è il confronto, per capire in che direzione sta andando il “sentimento” di una cerimonia».

Cosa significa?

«Penso soprattutto alle Paralimpiadi. Rispetto al 2006, il mondo paralimpico è cambiato moltissimo. In generale, quando si va in un Paese, non è sufficiente esibirne i simboli, ma bisogna trasmetterne anche i valori e lo stile, facendo un’operazione di sintesi e trasformandoli in un racconto. Io, poi, da scrittore, ho un approccio letterario, che nasce dall’osservazione».

Si parla di Olimpiadi collettive, però i biglietti per l’evento di chiusura sono in vendita a prezzi proibitivi. Rendere la cerimonia elitaria non è contro la natura stessa dei Giochi?

«Non dipende da noi. Molti posti saranno occupati dalla famiglia olimpica, molti altri dai giornalisti. E quindi i biglietti in vendita saranno effettivamente molto pochi, a fronte di una richiesta altissima. L’obiettivo è quello di coprire, con gli introiti, parte delle spese sostenute per l’allestimento dell’evento. Io stesso ho difficoltà ad accontentare gli amici che vorrebbero venire, ma che ovviamente non sono disposti a spendere certe cifre».

Ci promette che sarà uno spettacolo?

«Un’Arena così, con uno spettacolo così, è qualcosa di mai visto». —

 

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