La pattinatrice Angeli: «Lo spirito olimpico resiste tra gli atleti, il resto è spettacolo»

L’atleta ampezzana partecipò ai Giochi del 1956, una delle poche donne:

«C’era un grande orgoglio nell’ospitarli, tanto più dopo aver perso la guerra»

La redazione
Manuela Angeli partecipò alle Olimpiadi di Cortina 1956
Manuela Angeli partecipò alle Olimpiadi di Cortina 1956

Manuela Angeli, pattinatrice, una delle poche donne atlete alle Olimpiadi del ’56 e unica veneta. Cosa rappresentò per lei quella partecipazione dal punto di vista dell’affermazione femminile?

«Rispondendo con lo spirito dell’epoca, dico che la trovavo naturale. Non avevo ancora idea che era invece una conquista delle donne. Mi sembrava normale che gli uomini fossero più numerosi perché praticavano più sport e perché l’avevano sempre fatto. Con lo spirito di oggi mi rendo conto che eravamo delle pioniere, sopratutto le sciatrici. Il pattinaggio artistico era pur sempre uno sport considerato femminile».

Cosa provò quando seppe che avrebbe partecipato alle Olimpiadi?

«Ci furono i Campionati italiani, eravamo in quattro che potevano essere scelte per diventare la seconda partecipante alle Olimpiadi; la prima era la campionessa Fiorella Negro. Tutto insomma dipendeva da quella gara, ma non ricordo nulla, troppa emozione. So che pattinai meglio che alle Olimpiadi e mi rivedo salire sul gradino con sotto scritto “2”. In quel momento ero felicissima perché realizzai che avrei preso parte ai Giochi. Quanto alle Olimpiadi, ricordo la sfilata dell’inaugurazione, il giuramento della Minuzzo, il povero Guido Caroli che inciampò sul filo del microfono, ma che riuscì a tenere alta la torcia senza spegnere la fiamma».

Emblema del pattinaggio è la magnifica foto di lei sospesa in cielo, tra ghiaccio e vette innevate: il suo pensiero in quel momento di assoluto.

«Ero a Misurina, un anno prima delle Olimpiadi. Pattinando provavo un senso di grande libertà, la possibilità di essere me stessa. Quando poi smisi, sognavo spesso di pattinare e riprovavo quella sensazione di felicità e di libertà».

Quando iniziò a pattinare?

«Tardi, a 10 anni. Guardavo dalla finestra della classe il pattinaggio delle ragazze, tanto per distrarmi un pochino perché la scuola dopo un po’ era noiosa. Lì è nata la passione e ho voluto provarci. Papà, essendo sportivo, era d’accordo. Lui apprezzava tutti gli sport e sarebbe stato felice anche se avessi scelto lo sci o qualcos’altro».

E quando smise?

«Dopo le Olimpiadi perché gli studi diventavano sempre più impegnativi. Avevo 17 anni e ancora tre davanti di liceo. Pattinavo dove c’era il ghiaccio, un po’ a Cortina e un po’ a Vienna e studiavo dando gli esami come privatista. Era faticosissimo. All’epoca si riteneva che a 20 anni la carriera di un atleta di pattinaggio fosse finita, mi restava poco tempo: mi dissi che non sarei mai diventata campionessa europea o mondiale e così smisi. E c’era anche il fatto di aspirare a una vita più normale: a parte qualche pattinatore, non frequentavo la gioventù. Lasciare è stato però un dolore immenso perché amavo pattinare»

Torniamo al ’56. La guerra era finita da poco, insieme ai suoi orrori. Lo spirito olimpico aiutò a ritrovare il senso della pace?

«Lo spirito olimpico si sentiva nell’aria, c’era un grande orgoglio dell’Italia e degli ampezzani. Fu un privilegio venire scelti, noi nazione che aveva perso la guerra. Ricordiamo il discorso di De Gasperi alla conferenza di pace (“Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la mia personale cortesia, parla contro di me”, ndr). Andò tutto benissimo, ammirarono molto l’organizzazione. Penso pertanto sia stata una manifestazione molto importante per l’Italia, sicuramente lo fu per noi. Per esempio il fatto di incontrare i russi: è stato emozionante avere il contatto con persone che ci sembravano di un altro pianeta. Durante la sfilata dell’inaugurazione eravamo vicini e ci siamo scambiati i distintivi, fu un momento molto bello. E soprattutto fu qualcosa che univa».

Lo spirito olimpico 70 anni dopo.

«Spero che negli atleti non sia cambiato, spero che ci siano lo stesso entusiasmo, le stesse speranze, lo stesso orgoglio di rappresentare il proprio Paese che c’erano nel 1956. Tutto il resto è una grande macchina per fare i soldi, un grande spettacolo. E non una cosa semplice come a mio avviso dovrebbe essere una manifestazione sportiva. Il fulcro dovrebbero essere gli sportivi, non lo spettacolo».

E com’è cambiata da allora Cortina?

«Cortina è diventata molto più famosa all’estero, all’epoca era conosciuta in Italia, meno fuori. Ai tempi del fascismo arrivavano qui Edda Ciano e i principi ereditari a sciare. Lei era innamorata di Cortina e sua sorella Annamaria è venuta per anni anche nel Dopoguerra, la ricordo passeggiare lungo corso Italia. Dopo le Olimpiadi ovunque andassi, tutti sapevano dov’era Cortina. È durata 20-30 anni, poi questa notorietà si è persa. Ora se devo spiegare da dove vengo, dico che sono vicina a Venezia e al confine con l’Austria».

E dal di dentro com’è cambiata la città?

«Ci sono molti meno giovani, anche perché non trovano casa visti anche i prezzi. Chi si laurea se ne va. E quindi siamo una marea di vecchi. Ma quel che rimane, ed è molto bello, è lo spirito di paese. Questo grazie alle Regole, all’unione dei ladini, alla banda cittadina. Certe vecchie tradizioni vengono ancora rispettate e questo dà un fascino particolare a Cortina che non si trova a Sestriere o a Cervinia. Resta il fatto che siamo pochi ampezzani perché appunto i giovani se ne vanno e una volta che lo hanno fatto è difficile che tornino».

Crede che il lascito dei Giochi possa contribuire al rilancio delle Dolomiti in sofferenza, ferite da spopolamento e overtourism?

«L’amministrazione comunale ne è convinta, è certissima che i giovani non partiranno più perché ci sarà molto lavoro. Io non ne sono così certa. Anche se immagino che per un certo periodo sarà così. E credo che le società che hanno comprato gli alberghi per farne dei sette stelle, come il Cristallo per esempio, ritengano e sappiano che ci sarà sviluppo. Bisognerà attendere a Olimpiadi finite».

Overtourism.

«Succede in certi luoghi. Come è accaduto con il Lago di Braies dopo la serie tivù, così è successo per il Sorapis quando qualcuno lo ha messo su Instagram; oggi c’è una processione ed è diventato una cosa impossibile. Il numero chiuso? Difficile da attuare. Per contro però ho visto una cosa molto bella: i giovani sono tornati a camminare d’estate, cosa che non succedeva da tempo. In giro trovavo perlopiù triestini e qualche veneto, ora invece si sentono tutti gli accenti e tutte le lingue. E si vedono persone vestite da montagna in corso Italia, con lo zaino in spalla, mentre prima se succedeva ti guardavano come un alieno. Poi ci sono tutti quelli in bici. Ecco, questo mi dà speranza: è il segno di amore per la montagna».

Suo papà fu un olimpionico del bob. Lei cosa ne pensa della nuova pista? Opportunità o spreco?

«La pista dal punto di vista ambientale non è una tragedia, sono stati tagliati alberi, è vero, ma Cortina ne ha molti più adesso di quand’ero bambina. Penso che la pista potrebbe essere una grande opportunità, visto che ce ne sono pochissime. Ma bisognerà vedere come verrà gestita, e su questo sono piuttosto pessimista considerato quanto successo per altri impianti di Cortina».

L’eredità che hanno lasciato a lei le Olimpiadi del ’56.

«Quella dello sport agonistico e del pattinaggio: ho imparato che per riuscire nella vita servono sacrifici e costanza».

Ha i biglietti per i Giochi?

«Probabilmente li guarderò in televisione. All’inaugurazione comunque sfilo come azzurra; il Comune aveva chiesto che noi ultimi tre atleti del’56 fossimo gli ultimi tre tedofori, ma il Coni ha detto no. Forse metteranno dei giovani, giusto così». 

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Chi è 

Manuela Angeli è nata a Cortina d’Ampezzo, dove tutt’oggi, ed è stata una pattinatrice artistica italiana specializzata nel singolo femminile. Ha gareggiato a livello internazionale negli anni ’50, partecipando a due campionati europei. A soli 16 anni rappresentò l’Italia ai Giochi Olimpici Invernali di Cortina 1956. Vinse un argento e un bronzo ai campionati italiani. Manuela è figlia di Adamo Angeli, pilota e frenatore di bob che a sua volta partecipò alle Olimpiadi Invernali di Garmish del 1936. La famiglia era proprietaria di uno storico albergo di Cortina.

 

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