“Il mago del Cremlino”, Jude Law e Paul Dano alla scoperta del potere russo

Il nuovo film di Olivier Assayas, tratto dal romanzo di Giuliano da Empoli, esplora l’ascesa di Vladimir Putin e la trasformazione della politica russa attraverso gli occhi di Vadim Baranov, spin doctor e protagonista ambiguo, tra manipolazione, potere e libertà perduta

Michele Gottardi
Biennale di Venezia, 82 Mostra Internazionale d' Arte Cinematografica. Photocall del film Le mage du Kremlin ( The wizard of the Kremlin ). Nella foto Jude Law e Paul Dano.
Biennale di Venezia, 82 Mostra Internazionale d' Arte Cinematografica. Photocall del film Le mage du Kremlin ( The wizard of the Kremlin ). Nella foto Jude Law e Paul Dano.

Arriva, con la forza drammatica della politica dei nostri giorni, il film che per ora spariglia le carte del concorso, “Il mago del Cremlino” di Olivier Assayas, regista francese dell’ultima generazione uscita dai “Cahiers du cinéma”, che proprio a Venezia esordì con “Désordre”, nella Settimana della Critica del 1986, vincendo il premio Fipresci. Il film ripercorre la storia e l’ascesa di Vladimir Putin, così come l’aveva ricostruita nel suo omonimo romanzo Giuliano da Empoli, pubblicato per primo da Gallimard, in Francia, nel 2022, e solo in seguito in Italia, da Mondadori.

È stato proprio lo scrittore a inviare il libro, scritto prima dell’invasione della Crimea e pubblicato durante l’invasione dell’Ucraina, ad Assayas per adattarlo allo schermo. Ma non si tratta (solo) della storia del nuovo zar del Cremlino, ma, come ha ricordato Jude Law, che nel film interpreta Putin, «è la storia di persone in movimento, che cambiando scoprono parti di sé che non credevano di avere, per questo il film va oltre Putin, diventando lo specchio di ciò che è diventata la politica oggi».

Per delineare la figura di Vadim Baranov, “Il mago del Cremlino”, che tesse la tela del potere moscovita dietro le quinte, Giuliano da Empoli si è ispirato principalmente a Vladislav Surkov, spin doctor di Putin e figura chiave nell’ascesa al potere del presidente russo, traendo molti elementi dalla sua vita. Il libro, e fedelmente il film di Assayas grazie anche alla sceneggiatura di Emmanuel Carrère (che aveva dedicato un romanzo a un’altra figura controversa come Eduard Limonov), è una lunga confessione che il protagonista affida, quasi come una sorta di testamento, a un giornalista americano. La narrazione prende le mosse dai primi anni Novanta del secolo scorso, con la caduta dell’URSS.

Nel caos sociale e politico di allora, Vadim Baranov, un giovane brillante, artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, diventa spin doctor (ora ormai estromesso dal ruolo) di un ex agente del KGB in ascesa: Vladimir Putin. Immerso nel cuore del sistema, Baranov plasma la nuova Russia, confondendo i confini tra verità, menzogna, manipolazione. Il film è una riflessione verticale sul potere e sul successo, che in modo tentacolare avviluppa i suoi esponenti più importanti, rendendoli schiavi e dipendenti, anche a costo di passare il confine della legalità.

Ma, come ha ricordato ancora l’irriconoscibile Jude Law «non sono maschere, anche se il make up ha avuto un bell’impegno, ma personaggi controversi che sono stati oggetti di studio». Ancor più fondamentale è stato l’operazione su Paul Dano, che interpreta magistralmente Baranov (coppa Volpi?), che ha dovuto impostare la voce in modo più teatrale che cinematografico, anche per il (troppo) ampio ricorso alla voce off che racconta le vicende russe degli ultimi trent’anni. Ma più in generale l’operazione di scrittura e di regia ha dovuto andare oltre l’immagine di un uomo pubblico che lascia trapelare poco, facendo ricorso a materiale d’archivio, per riflettere la ricostruzione del senso di sé dopo la profonda umiliazione della fine dell’Unione Sovietica. Un’operazione quindi che poteva creare tensioni e paure, ma sia gli attori che il regista negano di temere ripercussioni politiche. «Non penso che la Russia governi il mondo», ha aggiunto Assayas, «questo è un film sulla trasformazione della politica nell’arco delle nostre vite, per la mia generazione è spaventoso, non abbiamo ancora trovato risposte, ma nemmeno reazioni».

L’unica figura che sfugge al controllo del mago è Ksenia (Alicia Vikander), che incarna la possibilità di fuga, la libertà un po’anarchica, l’energia e le speranze dei giovani russi degli anni’90, spazzate via con l’arrivo dell’ex capo del KGB. Tornando a Baranov, difficile pensarlo come un personaggio totalmente negativo, mefistofelico, una sorta di nuovo Rasputin sulla Moscova, ma non è di certo una figura positiva. Piuttosto egli incarna un’evoluzione del potere russo, di cui invece Putin rappresenta la continuità fisica del piccolo padre, in modo feudale, dalla terza Roma degli zar, da Stalin a lui. Baranov è l’uomo della comunicazione, di internet e forse dei social, una zona grigia che si avvicina molto di più all’occidente di quanto non faccia Putin. Un contrasto distopico reso più evidente dalla musica elettronica di Battiato. Il film - che ieri in sala ha avuto 12 minuti di applausi - uscirà nel 2026.

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