A Frontiere una nuova idea di dignità umana per orientare l’AI

Grandi conferenze a Frontiere. Il filosofo Ferraris invita ad evitare allarmismi su algoritmi e macchine: «La paura fa solo pubblicità alla Silicon Valley». Lo storico Vanoli rilegge i confini e smonta i pregiudizi che li hanno accompagnati

Giovanni Tomasin
Alessandro Vanoli (foto Tibaldi)
Alessandro Vanoli (foto Tibaldi)

Finché la frontiera ci è distante, tendiamo per nostra natura a pensarla attraverso semplificazioni, stereotipi. Soltanto attraversandola percepiamo la complessità che la costituisce, fatta sempre di mondi che s’intrecciano e relazionano.

Così è stato per i due interventi conclusivi del festival Frontiere,  al teatro Verdi di Gorizia, che hanno visto il filosofo Maurizio Ferraris affrontare il tema dell’intelligenza artificiale e lo storico Alessandro Vanoli la nascita e lo sviluppo dei concetti di Oriente e Occidente.

«L’intelligenza artificiale è una frontiera che riguarda tutta l’umanità, un cambiamento di portata paragonabile all’avvento della scrittura», esordisce Ferraris, precisando che la nostra preoccupazione deve incentrarsi su come far sì che questa rivoluzione vada a vantaggio di tutta l’umanità e non di pochi magnati. Proprio dai colossi della Silicon Valley, osserva il filosofo, arriva «un allarmismo continuamente alimentato», sui pericoli dell’Ai. A simili allarmi il filosofo oppone il titolo del primo discorso di Giovanni Paolo II, nel 1978, ovvero “Non abbiate paura”: «Se ci si fa schiacciare dalla paura, il risultato è che si lascia il lavoro agli altri».

Per altri intendendo la Silicon Valley: «Quando gli impresari americani dell’Ai si dicono preoccupatissimi in realtà stanno facendo pubblicità: il terrore è una delle forme più efficaci di pubblicità».

Noi tendiamo ad «antropomorfizzare» l’Ai, laddove bisognerebbe vederla per quel che è. «L’intelligenza artificiale non è certo quel che pensava di fare Alan Turing negli anni Cinquanta. I principi sono quelli, algoritmi di macchine pensanti, ma Turing pensava a una macchina bambina che si sarebbe dovuta educare». L’Ai contemporanea secondo Ferraris risponde a un’altra logica: «Si è sfruttato un carattere banale del digitale a cui gli stessi creatori non avevano fatto caso». Ovvero il fatto che in questi decenni, e soprattutto negli ultimi anni, il digitale è diventato un dispositivo che registra ogni gesto di miliardi di umani. «Si è creato un gigantesco mondo digitale, un archivio pieno di documenti costruito da noi. L’Ai è un modo intelligente per rendere utile una enorme quantità di dati che vagavano nella rete senza essere utilizzati». La macchina quindi «non impara niente, è soltanto il velocissimo bibliotecario» di questa labirintica biblioteca.

Ma questo bibliotecario, a forza d’ingozzarsi di dati, «non è che acquisirà cose come coscienza e volontà»? Ferraris l’esclude «fermamente»: «La nostra volontà non può essere coartata dalla tecnica, banalmente perché la tecnica non ha volontà». Ferraris distingue in questo fra organismo e meccanismo: il primo si spegne un’unica volta, alla morte, mentre l’altro può essere acceso e spento a volontà.

La necessità dell’organismo di essere alimentato per non morire, ovvero la sua fragilità e debolezza, è all’origine della sua volontà, del suo porsi degli obiettivi, come ad esempio bere un bicchier d’acqua per idratarsi. Questa debolezza è costitutiva dell’umano, così com’è costitutivo il ricorrere alla tecnica per ovviarvi, a partire dal bastone di un anziano fino all’Ai. Il meccanismo è alieno a queste dinamiche, ed anzi è il frutto di questo «circolo tecno antropologico», quindi non c’è da aspettarsi usurpi la nostra volontà. Semmai rischia di usurpare il lavoro, surrogando un ventaglio sempre più ampio di mansioni: «Può arrivare a fare un quadro o una canzone, anche a fare la guerra».

Ma non può ascoltare la canzone, guardare il quadro o morire in guerra. L’umano come «consumatore» del lavoro dell’Ai, perfino in quanto «vittima», è quindi un fattore ineliminabile dell’equazione. Ecco allora che quel che ci servirà sarà una nuova definizione della «dignità umana», nel momento in cui può essere il lavoro a designarla come nella nostra Costituzione: anche perché i dati di cui vive questo poderoso strumento sono prodotti da tutti noi, e da lì la nuova definizione dovrà passare.

La parola passa poi allo storico e divulgatore Alessandro Vanoli. I termini “Oriente” e “Occidente” sono concetti che non hanno una evidente rispondenza nella geografia: «Perché Europa e Asia sono un unico gigantesco macrocontinente. Sono insieme da sempre». L’origine del binomio va cercata quindi nella storia dei concetti, a partire dalla Grecia del V secolo a.C., i cui autori – reduci dalle guerre persiane – attribuirono agli «asiatici» determinati caratteri: «Sono indolenti, tendenti alla tirannide, violenti e lussuriosi. Muove così i suoi primi passi un’idea di barbarie asiatica che ci seguirà fino ai giorni nostri». Al contempo l’Asia è la terra da cui vengono tutte le merci preziose, pietre, spezie, tessuti. Tra il mondo mediterraneo e l’Asia si gioca questo «equilibrio sottile fra desiderio del lusso e paura di un luogo sconosciuto».

Il salto di qualità verso i concetti di Oriente e Occidente arriva con l’età delle grandi navigazioni e l’espansione del mondo europeo: inizia allora ad apparire il termine “Occidente”, inteso come Europa, anche se al posto dell’Oriente c’è ancora l’Asia, anzi diverse Asie. «Per moltissimo tempo in Asia prosperano imperi che hanno forza contrattuale uguale se non superiore ai nostri». Questo stato di cose prosegue fino all’affermarsi prima del colonialismo e, alla metà del Settecento, dall’imperialismo di francesi e inglesi.

Nell’imperialismo la potenza europea impone agli asiatici le sue politiche commerciali e le regole con cui entrarvi: «Così imponi a loro la tua cultura e finisci anche per dire a loro chi sono». L’apogeo di questo processo nell’Ottocento vede l’Inghilterra costruire un impero globale, per giustificare il quale «l’unico modo è presentare tutti gli altri come platealmente inferiori». In quel momento si recuperano le concezioni greche degli asiatici applicandole a un generico “Oriente”, dai Dardanelli all’Indonesia: «L’orientalismo nasce esattamente da questo meccanismo storico, è con l’imperialismo che si inizia a supporre che gli orientali siano culturalmente, socialmente e geneticamente inferiori».

Negli anni ’90 dell’Ottocento nasce il concetto di «civiltà occidentale» e nel Novecento, quando il testimone è passato da Londra a Washington, quello di «storia dell’Occidente». La parabola prosegue fino ai giorni nostri, quando la globalizzazione che ha covato in seno all’Occidente ha finito per mettere in crisi il suo predominio. I due termini continueranno ad essere usati, ma il punto oggi è l’uso che se ne fa. Ad aiutarci, la storia: «Che non è una gara a chi è più bravo. È quella cosa che ci dice della complessità del mondo, che poi è l’unica cosa che abbiamo da imparare dalla storia».

 

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