Frontiere, alla scoperta della città con Ascoli e Nora Gregor
Sette ciceroni impersonati da attori hanno raccontato il passato del territorio. Presenze da tutta la regione, ma anche da Slovenia e Austria, per la chiusura di “Crossroads” ideato dalla Fondazione Carigo e collegato a “Frontiere”

Come in un sogno, ma a occhi aperti, come in un film, ma nella realtà. Al cinema un fascio di luce pieno di mistero proietta sul telone un altrove che ci strega. Nel cuore di Gorizia, da piazza Vittoria a via Carducci, passando per via Rastello, via Garibaldi e corso Verdi, i raggi del sole che filtravano tra tetti ed edifici così pieni di storia illuminavano volti e corpi, di oggi e di ieri.
Il coinvolgimento
Come un enorme palcoscenico a cielo aperto, Gorizia ha ospitato le ultime passeggiate di Crossroads, progetto ideato dalla Fondazione Carigo. Ed è stato qualcosa di molto diverso e molto di più di una semplice visita guidata. Perché per un paio d’ore centinaia di visitatori si sono mischiati ai figuranti, abiti diversi ma stessi passi, e tutti insieme hanno contribuito a uno spettacolo itinerante e affascinante.
A partire dal vecchio Travnik. Al ritmo della musica, camminando ora spediti ora piano, sostando qua e là. Non a caso, ma in punti precisi, in luoghi più densi di significato, dove ad attendere c’era uno dei sette “ciceroni” dei percorsi di Crossroads.
I personaggi
Carlo Michelstaedter o Carolina Luzzatto Coen, Graziadio Isaia Ascoli o Max Fabiani, Nora Gregor o Carlo Favetti, Henrik Tuma. Favetti, per primo, di fronte alla targa che lo ricorda e che lui, ha ammesso, vorrebbe veder cambiare. «Gorizia è un campionario d’Europa, diceva von Czoernig, e io a questa idea ci credevo, da uomo libero, poeta, scrittore e giornalista», ha detto, impersonato da un attore, come tutti gli altri personaggi chiave della storia goriziana, raccontando la sua storia e lo spirito che lo mosse nel suo ruolo di giornalista e attivista.
Sfumate le sue parole, il percorso è proseguito, accompagnato da strilloni e borghesi, dame e militari, soldati e artigiani, soggetti privilegiati delle curiosità, delle fotografie e degli ammirati wow del pubblico arrivato da tutta la regione, dalla Slovenia, dall’Austria, stando ad accenti e parole.
Ma eccola, dall’alto di un davanzale, la divina Nora Gregor. Si fa un po’ desiderare e poi scende, in mezzo alla folla, per raccontare e raccontarsi. «Io? Solo una bambina di Piazzutta che aveva sogni troppo grandi, e ha avuto la fortuna di realizzarli», ha spiegato, portando idealmente con sé chi l’ascoltava prima a Vienna e poi a Berlino e Parigi, fino a Hollywood. Così, a ogni sosta, a ogni tappa, hanno fatto gli altri personaggi. Max Fabiani, ad esempio, davanti al teatro Verdi che intanto ospitava l’ennesima affollata conferenza di Frontiere.
«Una catastrofe non deve essere solo una sventura, ma può essere anche un’occasione per migliorarsi, bisogna avere il coraggio di essere moderni», le parole a sintetizzare un’intera filosofia, pensando a quando fu chiamato a ricostruire Lubiana dopo il terremoto del 1895. E poi una domanda alla gente: «Ma voi, le frontiere che vedete mentre attraversate questa città, le vedete come linee che dividono, o come cicatrici che tengono assieme?».
Ecco, a ciascuno la sua risposta, e forse anche il senso più vero del messaggio che ha voluto dare l’intera iniziativa.
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