Dalla Cina alla Palestina: Messetti e Foa protagoniste a Frontiere

A Gorizia la prima giornata della rassegna. La sinologa spiega la rivalità Pechino-Usa oltre le letture binarie. Anna Foa ripercorre il sionismo tra storia e contraddizioni riportando al centro dell’attenzione le complessità di un conflitto aperto

Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli
Giada Messetti, il pubblico al Verdi e Anna Foa (Foto Tibaldi)
Giada Messetti, il pubblico al Verdi e Anna Foa (Foto Tibaldi)

Un violino si affaccia da una finestra, al secondo piano di Casa Krainer in via Rastello. Le note si spargono tra le pietre e le facciate, in un concerto improvviso, gratuito, commovente. Eccola, la cultura: studio e rigore, certo, ma anche un’improvvisa e ineluttabile discontinuità. Venerdì Gorizia si è attivata così, dentro la morbida elettricità di una città sempre più consapevole della propria vocazione.

Per decodificare l’atmosfera bastava osservare le lunghe ed educate code davanti al Teatro Verdi per la prima giornata di “Frontiere/Meje”. Cittadini, studenti, visitatori che aspettavano il proprio turno per partecipare allo show della conoscenza e della comunità.

Per il lusso di un approfondimento. Per ascoltare lezioni magistrali capaci di scardinare le logiche da tifoserie. Nell’anno successivo alla Capitale europea della cultura 2025, in tandem con la gemella slovena Nova Gorica, Gorizia si conferma un laboratorio dove le differenze non sono una minaccia. L’obiettivo del festival è questo: disinnescare la retorica dello scontro binario e, attraverso l’oratoria e le competenze, fare un po’ di pulizia nel vocabolario e nelle coscienze.

Frontiere, Gorizia ritrova il suo passato tra note e ricordi
La redazione
Gorizia ritrova il suo passato tra note e ricordi (foto Tibaldi)

Sul palco del Verdi, la prima a raccogliere la sfida è stata Giada Messetti. La sinologa ha fotografato la polarizzazione più dominante del nostro tempo: il duello globale tra Stati Uniti e Cina. Ha smontato un dibattito che viaggia spesso sulle sintesi cieche e brutali. Ha ribaltato la prospettiva, ricordando che il punto di frizione è anzitutto una questione culturale.

«Gli Usa costruiscono alleanze in chiave di contenimento della Cina: Giappone, Corea del Sud, basi americane, Taiwan», ha spiegato. Ed è qui che scatta il primo cortocircuito interpretativo: «Dal punto di vista americano è un sistema di alleanze con le quali Washington prende delle precauzioni. Dal punto di vista cinese è un accerchiamento». Due visioni speculari che si scontrano da decenni, ma capaci di improvvisi disgeli storici, come la diplomazia del ping-pong nel 1971, nata sul pulmino della nazionale cinese, grazie a un dono improvvisato a un atleta Usa, ricambiato con una t-shirt. Mao colse l’attimo, Nixon volò a Pechino nel 1972 e il mondo cambiò andatura.

Da quel momento, la traiettoria di Pechino ha corso su un binario inedito guidata dal pragmatismo di Deng Xiaoping: aprirsi alla tecnologia e ai mercati occidentali senza cedere sul controllo politico del Partito. Non importa se il gatto è bianco o nero, l’importante è che acchiappi i topi: o no? L’Occidente ha presunto che la ricchezza avrebbe trasformato la Cina in una democrazia speculare alla nostra. 

«La Cina non ha mai voluto diventare come l’America», ha detto Messetti. «Invece si è chiesta come ha fatto l’America a diventare grande e cosa può fare per raggiungere lo stesso risultato». Entrato nel Wto nel 2001, il Paese ha urbanizzato la sua sterminata provincia e ha “cinesizzato” il capitalismo. Con un patto implicito: il Partito garantisce il benessere, i cittadini rinunciano alle libertà. Con Xi Jinping il disegno si fa totale: completare il ringiovanimento della nazione entro il 2049, guardando l’Occidente «alla stessa altezza».

È una sfida che gli americani giocano a scacchi persiani (obiettivo: annientare l’avversario), ma la Cina la gioca a scacchi cinesi (obiettivo: accerchiare e togliere spazio di manovra all’avversario). Lo dimostrano la Via della Seta o il recente piano Made in China per l’innovazione tecnologica e per la qualità dei prodotti.

Ma il passaggio più denso arriva nel finale e riguarda la transizione energetica, scelta nata dalle proteste interne per l’inquinamento. «Nel 2023 ho ritrovato una Pechino verdissima, si vedono le stelle e viaggiano solo auto elettriche», ha raccontato la sinologa, mostrando come la via della seta sia diventata green. La partita non è una nuova Guerra Fredda, perché i mercati sono integrati, ma una “Pace Calda”: una condizione in cui le due superpotenze sono rivali ma interdipendenti. E in mezzo ci siamo noi. Poi l’invito, al fin della licenza: «Dobbiamo smettere di guardare solo a quello che fanno gli Usa. Guardiamo di più a quello che fa la Cina. Deve diventare un argomento. Loro sanno tutto di noi, noi non vogliamo sapere niente di loro. È uno svantaggio strategico enorme».

Il protagonista della giornata è un po’ ingombrante: il mondo. Perché anche nella conferenza serale la lente di osservazione è storica e politica. Con la lezione su Sionismo e Diaspora, Anna Foa compie un viaggio analitico a ritroso, lungo una frattura millenaria. La storica ha decostruito le facili semplificazioni. La Diaspora non è stata solo una condizione di subìta privazione, ma anche uno spazio di elaborazione culturale, così come il Sionismo alle origini ha risposto a una necessità storica complessa. Ascoltare una lezione del genere a Gorizia, in una città che ha vissuto sulla propria pelle il peso delle divisioni storiche del Novecento, assume un valore in più.

02/10/26 GORIZIA (Teatro Verdi) Anna Foa - Frontiere
02/10/26 GORIZIA (Teatro Verdi) Anna Foa - Frontiere

Irrompe nella lezione lo strazio di Gaza e la moltitudine dei palestinesi uccisi: «La maggior parte di loro sono civili e non hanno niente a che vedere con Hamas». Le due Intifada, il Muro. Perché non è terminato ancora? Perché i partiti oltranzisti di destra lo osteggiavano: non gradivano che comunque delimitasse un territorio altrui, sul quale intendevano vantare altri diritti». Continuano a crescere gli insediamenti dei coloni, anche quelli illegali. «La Cisgiordania è ormai ridotta a un formaggio bucherellato».

E c’è un confine sulla percezione che Israele ha di sé. I primi sionisti erano consapevoli che quella terra fosse abitata. Nella prima diaspora c’era la scelta di non coltivare la terra direttamente ma di usare le coltivazioni arabe. Invece la acquistarono dai latifondisti arabi. Non solo; una parte sionista appoggiava l’idea di uno stato binazionale.

È anche un confitto sul ruolo delle donne: c’è una famosa protesta davanti al muro del pianto, gli ortodossi lanciano pietre, il governo che diventa sempre più ostile; ci sono le repressioni degli adolescenti in shorts sui bus.

«Che cosa vuol dire sionismo oggi? È quello della destra religiosa e di Netanyahu? Quello sostenuto dagli estremisti, quello che rifiuta i palestinesi in una violenta chiusura. La storia sembra andare verso questa direzione. E quando si sente un no al sionismo non si intende quello di un secolo fa promosso da fini intellettuali tedeschi. Ma non c’è solo sconfitta: pensatori e politici hanno portato avanti culture diverse.

Lo stesso Rabin, scrittori come Youshua, filosofi. Marginalizzati, certamente. Ma il film Naza, che va in quella direzione, sta ottenendo moltissimi spettatori. In Israele i due registi di quell’opera sono descritti come traditori. Ma il film sta calamitando l’attenzione del mondo».

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