"Se domani non torno", la recensione del film su Giulia Cecchettin
Il film, in uscita nelle sale dal 5 novembre, è stato presentato venerdì 23 ottobre in anteprima alla Festa del cinema di Roma. La regista Randi: «Vorremmo riaprire i rubinetti dell’empatia». Gino Cecchetti: «Noi vorremmo che oltre a conoscere la storia della nostra famiglia, i ragazzi conoscessero anche un po’ di sé stessi».

“Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima”, recita il verso finale della poesia di Cristina Torres Cáceres “Se domani non torno”. E quest’ultima, idealmente, è stata Giulia Cecchettin: l’ultima prima che la sorella Elena squarciasse il velo della cultura del patriarcato, l’ultima prima che il padre Gino scuotesse l’opinione pubblica sulla necessità dell’educazione affettiva per prevenire i femminicidi, l’ultima su cui l’universo mediatico si è concentrato in maniera tale da farne un caso spartiacque nell’urgenza sociale della violenza sulle donne.
“Se domani non torno” è anche il titolo del film di Paola Randi, co-sceneggiato con Lisa Nur Sultan, dedicato al fatto di cronaca e alla vita della giovane laureanda in ingegneria biomedica di Vigonovo che tre anni fa è stata uccisa dall’ex fidanzato, Filippo Turetta, incapace di accettare la fine del loro rapporto. Prodotto da Notorius in collaborazione con Mediaset, Sky e Fondazione Giulia Cecchettin, il film, in uscita nelle sale dal 5 novembre, è stato presentato venerdì 23 ottobre in anteprima alla Festa del cinema di Roma in collaborazione con il festival Alice nella città, che ha organizzato una proiezione per cinquecento studenti coinvolti e partecipi con estrema attenzione.
“Se domani non torno” è infatti un’opera a servizio della realtà narrata, e più che per il suo valore cinematografico s’impone per la sua potenzialità educativa, prestandosi a progetti scolastici, momenti di formazione, eventi di sensibilizzazione.
Con un rigore quasi documentaristico scandisce i fatti dal giorno della scomparsa di Giulia, l’11 novembre 2023 da Vigonovo, a quello in cui avrebbe dovuto discutere la tesi il 16 novembre, al ritrovamento del suo corpo due giorni dopo vicino al lago di Barcis nel pordenonese, fino al 5 dicembre, data del suo funerale nella basilica di Santa Giustina a Padova, con oltre 10mila persone presenti ad agitare i mazzi di chiavi per “fare rumore” come aveva chiesto Elena.
«Lo scopo di un film come questo – dichiara Gino Cecchettin - è lasciare qualcosa in chi lo vede e noi vorremmo che oltre a conoscere la storia della nostra famiglia, i ragazzi conoscessero anche un po’ di sé stessi per cominciare a diventare gli agenti di cambiamento di cui la nostra società ha tanto bisogno”.
Sullo sfondo, ma visivamente imperante, c’è la nebbia, che avvolge campi a riposo, fiumi, ponti, parcheggi, zone industriali di quelle “città di pianura” dove si sono svolti i fatti e sono state girate le riprese, da Vigonovo a Fossò, da Saonara a Vigodarzere e Campodarsego, da Mestre a Padova, con un cast che vede gli attori emergenti Sabrina Martina (Giulia), Tecla Bossi (Elena) e Tommaso Allione (il fratello minore Davide), accanto a Filippo Timi nei panni di Gino Cecchettin, il punto di vista principale attraverso cui viviamo la vicenda. “E’ stato un privilegio interpretare un uomo che davanti ad un accaduto così ingiustificabile e imperdonabile reagisce con valore – afferma Timi – con delicatezza e gentilezza, che sono stati i fondamentali con cui mi sono approcciato al ruolo”.
La nebbia però diviene anche la metafora di quel limbo di attesa infinita in cui cade la famiglia mentre Giulia non si trova e dentro cui si innestano i ricordi che la raccontano, nella sua creatività di aspirante fumettista, nella sua collaborazione domestica con il padre vedovo (la mamma Monica Camerotto è mancata nel 2022 per un cancro), nelle sue preoccupazioni per quell’ex fidanzato assillante che fa del ricatto emotivo la strategia per tenerla legata a sé.
Ex fidanzato che non appare mai e nemmeno viene nominato in favore di un generico “lui” per rispettare il tenore del libro “Cara Giulia” di Gino Cecchettin e Marco Franzoso, a cui il film è ispirato e che non cerca vendetta né manifesta in alcun mondo la violenza. Violenza sia del femminicidio che dello stalking tenuta sempre fuori campo ed evocata solo tramite testimonianze, whatsapp vocali e soluzioni registiche dal lirismo commovente come quando i “motivi per lasciarlo” (“il mio spazio non esiste”, “si offende quando esco con le amiche”, “deve sapere tutto”, e molti altri) appaiono scritti sul marciapiede in cui cammina Giulia ripresa dall’alto, come se la stessero seguendo.
«Non diamo un nome all’assassino perché individuare un colpevole in qualche modo assolve tutti gli altri – spiega la regista Randi – i femminicidi in televisione sono trattati come un giallo con delitti commessi da soggetti misteriosi, cattivi, maniaci, pazzi, mentre chi ammazza le donne sono spesso quelli che le dovrebbero amare, mariti, compagni, fidanzati, e che sono inseriti in una costruzione sociale patriarcale di cui siamo assuefatti. Raccontando un’assenza, quella di Giulia, e le reali conseguenze di questo grande vuoto all’interno di una famiglia come tante, in cui tutti ci possiamo riconoscere, vorremmo riaprire i rubinetti dell’empatia che porta ad un senso di responsabilità condivisa, come ci ricorda il percorso che la famiglia Cecchettin ha fatto per riuscire a trasformare un dolore privato così grande in impegno civile».
Nel film è presente anche il sostegno dato dall’associazione Penelope per le persone scomparse, l’apporto della nonna artista e combattiva Carla Gatto, l’assedio dei mass media, l’appello alle Istituzioni per l’educazione affettiva nelle scuole, e un finale “sei mesi dopo” pieno di speranza e finalmente di sole, in una primavera abitata non più dal ricordo ma dalla presenza di Giulia che, anche grazie a questo film, sta continuando a portare il suo messaggio.
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