I femminicidi e la sindrome della crocerossina: perché le donne non troncano

La psicologa Federica Sandi, vice presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto: «Le relazioni a elastico sono complicate. Alle donne dico di parlarne e di non vergognarsi, non sono sbagliate»

Maria Ducoli

Denunciate, si dice alle donne. Se non lo fanno, è colpa loro perché non denunciano. Se lo fanno, è colpa loro perché scelgono l’uomo sbagliato. Nel mezzo lo stigma, la difficoltà di lasciar andare relazioni tossiche, rapporti malati che sono tutto fuorché amore.

Dottoressa Federica Sandi, vice presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto, come mai si fa così fatica a uscire da un legame intriso di violenza?
«Perché sono delle relazioni a elastico, caratterizzate da momenti in cui sembra tutto perfetto e momenti di tensione e violenza. Questa dinamica altalenante rende difficile uscire dal rapporto».

A questo va aggiunto il fatto che spesso le donne che si trovano in queste situazioni vengono isolate dal partner.

«Sì, il che alimenta l’idea nella donna di non farcela da sola, con la paura che una denuncia renda la situazione ancora più pericolosa».

Spesso sembra essere così.

«Infatti lo è».

La soluzione?

«Educare al rispetto fin da bambini, per insegnare a tutti, sia maschi che femmine, a non cadere nei gesti violenti. Questo è l’unico strumento che può ridurre davvero il fenomeno. La situazione è drammatica, ormai i femminicidi sono quotidiani e non ci facciamo quasi più caso».

Le donne spesso non troncano le relazioni violente nel tentativo di aiutare i loro partner, perché?

«Siamo tutte delle crocerossine. Questo perché culturalmente le donne devono soccorrere, aiutare, accogliere. Infatti tutte le professioni di cura sono svolte dagli uomini. Quello che succede, molte volte, è che si attivino i sensi di colpa e quindi fare un passo indietro diventa più difficile».

Come fare per superare questa visione stereotipata?

«Con l’educazione culturale e affettiva fin dall’infanzia. È necessario far capire alle bambine che possono fare tutto nella vita e non devono essere relegate agli stereotipi di genere. E poi serve anche la psicoterapia, altro strumento per scardinare i luoghi comuni che tutti noi abbiamo. I miei pazienti più giovani mi dicono che hanno preso piede anche i gruppi di autocoscienza in cui si riflette sul ruolo del femminile, un po’ sul modello degli anni ’70. Anche questi sono preziosi, perché permettono un confronto».

È per questo spirito da crocerossine che spesso le donne vanno all’ultimo appuntamento?

«Non lo vedono come un pericolo, io alle mie pazienti sconsiglio sempre di andare da sole e, quando lo dico, mi guardano incredule».

A volte, però, si rischia di colpevolizzare la vittima che a quell’appuntamento è andata.

«Sì, ed è un meccanismo di difesa perché credendo che noi al loro posto non saremmo andate ci fa sentire protette, ma non sappiamo davvero cosa avremmo fatto in una situazione del genere finché non ci capitiamo».

Siamo tutte a rischio?

«Sì, la violenza di genere è democratica: può succedere a tutti. Ciò che fa la differenza sono gli strumenti che si hanno a disposizione, che permettono di individuare il problema e uscire da quella relazione quanto prima».

Cosa vorrebbe dire alle donne?
«Di parlarne e di non vergognarsi, non sono sbagliate».

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