Il racconto di un ex uomo violento: «Alzavo le mani su mia moglie, senza denuncia l’avrei uccisa»
La storia di un architetto di 45 anni che è stato mandato dal giudice al centro per uomini violenti. Il racconto: «Credevo di essere vittima della giustizia, poi ho capito che se non mi avessero fermato avrei potuto essere un altro femminicida. In terapia ho capito che il mio non era amore»

Trovarlo non è facile. Perché gli uomini violenti che si fanno aiutare - nella maggior parte dei casi obbligati dall’autorità giudiziaria - e magari riescono pure a cambiare, poi è come se volessero dimenticarsi di sé. Di ciò che sono stati, di ciò che hanno fatto. Vogliono andare avanti, non solo voltare pagina ma iniziare un nuovo libro.
Davide, un nome di fantasia per raccontare una storia vera, simile a tante altre, ha 45 anni ed è architetto. Decide di raccontarsi perché l’ha capito proprio al Centro educativo alle relazioni affettive di San Donà che la violenza di genere è democratica: può succedere all’operaio come al libero professionista. «Nessuno è immune», dice fissandosi le mani.
Che effetto le fa essere cercato in quanto uomo violento?
«Non nego di sentirmi in colpa per quel che ho fatto, ma è la verità: sono stato un uomo violento. Insultavo la mia ex moglie davanti a nostra figlia, l’ho stalkerizzata, sono arrivato persino a metterle le mani addosso. Mi vergogno tutti i giorni».
Oggi si definirebbe ancora come un uomo maltrattante?
«No, il percorso fatto in questi due anni mi ha cambiato. Certo, non si finisce mai di imparare. Come diceva la mia psicologa, uscire dal Centro non è un traguardo ma un punto di partenza».
Come è arrivato?
«Sono stato mandato dal giudice, era la condizione per ottenere la sospensione della pena. Sono stato condannato per atti persecutori e maltrattamenti nei confronti della mia ex moglie».
Se non fosse stato obbligato si sarebbe rivolto alla struttura?
«Sicuramente no».
Quando ha varcato le soglie del Centro, quali richieste ha portato agli operatori?
«Sono arrivato controvoglia, con tanta rabbia dentro perché, appunto, mi sentivo io la vittima. L’unico problema che credevo di avere era, al massimo, legato alla fiducia. Non mi fidavo mai delle ragazze con cui stavo, anche prima di sposarmi. Per questo ci sono stati episodi in cui le controllavo, con chiamate continue per sapere cosa facessero e con chi fossero».
Il suo problema era davvero la fiducia?
«No, non solo, almeno. Il problema era il modo in cui consideravo gli altri, le donne».
Quando ha capito di essere pericoloso?
«È servito del tempo, negavo. Quando sono arrivato al Centro avevo la percezione di aver subìto un’ingiustizia da parte del giudice e della mia ex moglie, anche perché non vedevo più mia figlia. Nel racconto che facevo della mia storia, la vittima ero io. So che sembra assurdo».
Trovava delle giustificazioni per i suoi comportamenti?
«Sì, l’ho sempre fatto. Se urlavo, se sbattevo i pugni sul tavolo, era perché c’era tensione per qualche motivo, perché la bambina piangeva troppo, perché qualcosa in casa non andava bene, dalla cena a una camicia non stirata».
E quando alzava le mani, qual era la scusante che si dava?
«Mi aveva detto una frase che non mi andava bene, era troppo indipendente, non mi sentivo riconosciuto nel mio ruolo».
Come è arrivato a un altro tipo di narrazione rispetto alla sua storia?
«Grazie alla terapia. Non è stato facile mettere in discussione le convinzioni e i meccanismi tossici dopo anni. Sono stati preziosi anche gli incontri di gruppo, dove ti ritrovi a nominare la violenza davanti ad altri uomini come te. Alcuni erano diversissimi e all’inizio pensavo “io non sono così, io sono migliore”, poi però mi ritrovavo nei loro racconti, nella rabbia, nella mania del controllo. È come vedersi per la prima volta».
Fa paura?
«Sì perché di chiedi come sia potuto succedere. A casa nostra il telegiornale era acceso ogni sera, scuotevo la testa davanti ai tanti femminicidi, poi una volta ingranato il percorso al Centro mi sono detto che se non fossi stato fermato, forse io avrei potuto essere il prossimo a uccidere la moglie».
Ci ha mai pensato?
«Assolutamente no. Ma quando capisci che sei il carnefice e non la vittima, ti chiedi fino a che punto ti saresti potuto spingere, hai paura di te stesso. O almeno io l’avevo. Erano i giorni del femminicidio di Giulia Cecchettin, per la prima volta mi sono trovato a pensare che non ero poi così diverso da Filippo Turetta».
La cosa più difficile da affrontare?
«La realtà dei fatti. Capire che gli errori commessi dipendono da me, che non ero io la vittima ma il carnefice. Sapere di aver fatto soffrire la mia ex moglie e mia figlia».
Ha mai chiesto scusa?
«Sì, ma so che è poca cosa rispetto all'inferno in cui le ho fatte vivere. Sto cercando di essere un uomo migliore, un padre migliore».
Se sua figlia un domani venisse trattata nello stesso modo in cui lei trattava la sua ex moglie, cosa farebbe?
«La porterei io stesso in caserma a sporgere denuncia».
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