Il braccialetto elettronico non è il salvavita, perlomeno non sempre

Storie paradossali che arrivano dai tribunali, come questa: si sposano nonostante il divieto di avvicinarsi, poi lui le rompe il naso. Coppie che litigano e fanno pace, in mezzo c’è il giudice

La redazione

Un divieto di avvicinamento avrebbe potuto cambiare il finale di Tania Terrin? La domanda resta sospesa sull’inchiesta di Camponogara. La risposta non arriverà mai. Ieri, intanto, in un’aula del Tribunale di Venezia è comparsa la versione quasi didascalica di quanto queste misure possano diventare difficili da governare quando una relazione, ufficialmente finita, ricomincia nonostante i trascorsi violenti.

Al banco degli imputati un moldavo di 45 anni: braccialetto elettronico, divieto di avvicinamento all’ex compagna, una nuova aggressione. E un colpo di scena al limite del paradosso. «Ci siamo sposati un mese fa», ha detto davanti al giudice Roberta D’Antoni.

Martedì a Mestre l’uomo avrebbe colpito la donna, connazionale, con un pugno al naso. I vicini sono intervenuti, lei è finita in pronto soccorso: tre giorni di prognosi. Uno dei tanti codice rosso, almeno in apparenza. Poi, in direttissima, la storia ha cominciato a riavvolgersi. I due si erano messi insieme circa due anni fa. Dopo una decina di mesi erano arrivati i primi segnali del ciclo della violenza e la denuncia della donna.

La relazione era finita, almeno sulla carta. Al 45enne era stato applicato il divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico; a lei il ricevitore da tenere in borsa, che segnala quando il portatore è nei paraggi. A gennaio la donna era poi tornata per un periodo in Moldavia e aveva riconsegnato il dispositivo. Al rientro non lo aveva più ritirato. Nel frattempo i due avevano ricominciato a sentirsi, poi a vedersi, infine a stare insieme. Fino al matrimonio, celebrato – secondo l’imputato – circa un mese fa.

Qui sta il cortocircuito. Un divieto di avvicinamento non è un interruttore domestico: non si accende quando la coppia litiga e non si spegne quando fa pace. È un ordine del giudice. La persona offesa non ne dispone e il suo consenso al riavvicinamento non basta a cancellarlo.

Eppure la realtà delle relazioni è meno geometrica delle ordinanze. Negli ultimi due mesi, in almeno due procedimenti veneziani, i giudici hanno condannato anche il comportamento delle donne che avevano volontariamente invitato gli ex a incontrarsi. Non perché la misura smetta di esistere, ma perché il confine tra violazione imposta e contatto ricercato entra nella ricostruzione concreta del fatto.

È il paradosso che il caso di ieri mette in vetrina: lei senza ricevitore, lui ancora con il braccialetto, i due di nuovo insieme e addirittura sposati. Poi un pugno e il ritorno in tribunale. Quanto può proteggere una misura se la distanza che impone viene continuamente ricucita?

Intanto il giudice ha imposto al 45enne il divieto di dimora nel Comune di Venezia. Una misura pesante visto che abita a Mestre e lavora a Marghera: la difesa chiederà autorizzazioni specifiche per consentirgli di raggiungere il posto di lavoro. La Procura, invece, aveva chiesto i domiciliari.

Non è chiaro per in questo caso la vittima abbia fatto un passo indietro. Era in una posizione di dipendenza economica? Qualcuno l’ha obbligata? O è stata manipolata anche lei? Ma la domanda che attraversava il tavolo dell’aula era la stessa: quali strumenti bastano davvero quando una relazione violenta continua a riaprire la porta che un provvedimento giudiziario aveva provato a chiudere?

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