Venezia 2100, il Mose non basterà: ecco quattro piani per salvare la città
Uno studio su “Scientific Reports” lancia l’allarme: «Il centro storico rischia di diventare un lago»

Venezia si trova di fronte a un bivio storico, e questa volta non bastano i bollettini meteorologici a breve termine per scacciare la paura. Il MoSE, l’opera ingegneristica che oggi ci salva dalle acque alte, ha un “timer” incorporato che corre più veloce di quanto vorremmo ammettere. A dirlo non sono profeti di sventura, ma i dati rigorosi dello studio “Long-term adaptation pathways for Venice and its lagoon to sea-level rise” , appena pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Scientific Reports (del gruppo Nature)
Il team di ricerca, guidato dal climatologo Piero Lionello (Università del Salento) e dalla ricercatrice Valeria Di Fant (Deltares, Olanda), insieme a Marjolijn Haasnoot, massima esperta di strategie di adattamento dello stesso istituto, e a un gruppo internazionale di altri dodici ricercatori europei, ha tracciato la rotta per i prossimi decenni.
La conclusione è brutale nella sua semplicità: il sistema attuale ha il fiato corto. Se non iniziamo a progettare oggi le infrastrutture del 2050 e del 2100, Venezia rischia di diventare un museo inaccessibile o, peggio, un ecosistema distrutto.
Lo studio
L’articolo scientifico parte da una premessa fisica ineludibile: l’innalzamento del livello del mare. Sebbene il MoSE stia proteggendo con successo la città, il suo utilizzo intensivo è un’arma a doppio taglio.
Secondo i ricercatori, quando il livello medio del mare salirà di 30-50 centimetri — una soglia che gli scenari climatici indicano come probabile entro la seconda metà del secolo — le paratoie dovranno restare alzate così spesso da isolare la laguna per gran parte dell’anno. Questo scenario porterebbe alla morte dell’ecosistema: senza il ricambio delle maree, la laguna diventerebbe un bacino stagnante, con un crollo dei livelli di ossigeno (anossia) e la perdita della biodiversità. Poi alla paralisi economica: ogni volta che il MoSE si alza, il porto di Venezia e Chioggia chiude.
Esiste una conca di navigazione a Malamocco, ma è dimensionata per un utilizzo occasionale: se le chiusure diventano quotidiane, risulterebbe del tutto insufficiente e il traffico mercantile e crocieristico semplicemente scomparirà, cercando scali più affidabili.
Un’altra conseguenza sarebbe l’erosione: paradossalmente, le chiusure frequenti alterano i flussi dei sedimenti, accelerando l’erosione dei fondali che già oggi trasforma la laguna in un braccio di mare.
L’innalzamento del mare
Oltre 1,25 metri di innalzamento, secondo le proiezioni IPCC su cui si basa lo studio, le misure attuali diventerebbero del tutto inefficaci. A quel punto, Venezia non sarebbe più una città di mare, ma una città su un lago artificiale.
Lo studio Lionello-Di Fant non si limita alla denuncia, ma propone quattro “percorsi di adattamento”, analizzandone costi, benefici e impatto sociale.
Laguna aperta
È l’opzione che cerca di mantenere il rapporto attuale con il mare. L’idea è di continuare a usare il MoSE, ma solo per le maree eccezionali.
Per farlo, però, bisognerebbe alzare fisicamente tutta la città: marciapiedi, rive, piani terra e fondamenta fino a un livello oltre i 110 cm.
Pro: Si salva l’ecosistema e il paesaggio.
Contro: Costi astronomici e un cantiere perenne che stravolgerebbe la vita dei residenti per decenni.
L’anello protettivo
Si tratta di proteggere solo i centri abitati (Venezia, Chioggia, Burano, Murano) costruendo barriere fisse, mura e argini lungo i loro perimetri. Il resto della laguna verrebbe lasciato al suo destino (o alla sommersione).
Pro: Protezione sicura per le abitazioni anche con livelli del mare molto alti — fino a 6 metri secondo gli autori.
Contro: Venezia diventerebbe una “fortezza” isolata visivamente dall’acqua lagunare. Si perderebbe il rapporto estetico e funzionale con l’acqua che caratterizza l’identità veneziana.
Laguna chiusa
Questa proposta prevede la trasformazione delle bocche di porto in dighe quasi fisse, con chiuse per il passaggio delle navi (simili a quelle del Canale di Panama).
Pro: Massimo controllo del livello idrico interno.
Contro: Trasformazione definitiva della laguna in un bacino d’acqua dolce o salmastra. Scomparsa totale della pesca tradizionale e necessità di enormi impianti di depurazione per gestire gli scarichi della città e delle industrie che non verrebbero più “puliti” dalle maree.
Il ritiro strategico
È l’ipotesi più dolorosa: ammettere che alcune zone della laguna e della città non possono essere salvate. Significherebbe delocalizzare abitanti e attività verso la terraferma o zone più alte. Gli autori stimano per questa opzione un costo di almeno 100 miliardi di euro, che include la delocalizzazione dei monumenti e i risarcimenti ai residenti.
Pro: Sicurezza fisica assoluta.
Contro: La fine di Venezia come città storica abitata. È una resa culturale che la comunità non sembra disposta ad accettare, ma che la scienza deve includere come scenario estremo.
Il messaggio
Il messaggio più importante che emerge da Scientific Reports è che il tempo della politica non coincide con il tempo della fisica.
Per progettare, finanziare e costruire una qualunque di queste quattro opzioni servono tra i 30 e i 50 anni. Se aspettiamo che il MoSE diventi inefficiente (tra il 2050 e il 2060) per decidere cosa fare dopo, sarà troppo tardi.
Questo rappresenta un nuovo sollecito alla classe politica, che segue l’appello lanciato da Andrea Rinaldo, vincitore dello Stockholm Water Prize (il’Nobel dell’acqua’). Lo studio suggerisce che alcune scelte sono “obbligate” e vanno avviate immediatamente, indipendentemente da quale sarà la soluzione finale scelta tra cinquant’anni.
Porto off-shore
La priorità assoluta è il Porto Off-Shore. Se Venezia vuole continuare a essere una città commerciale e non solo un parco a tema per turisti, deve spostare la logistica delle grandi navi fuori dalle bocche di porto, in mare aperto.
Un porto d’alto mare permetterebbe alle merci di arrivare a Venezia tramite sistemi di chiatte o condotte anche quando le paratoie del MoSE sono alzate. Senza questa infrastruttura, ogni strategia di protezione idraulica coinciderà con il suicidio economico della città. In secondo luogo, è necessario accelerare il ripristino morfologico della laguna: ricostruire barene e velme non è un esercizio di estetica ambientale, ma una difesa meccanica che attenua la forza del mare.
A Venezia è in corso la campagna elettorale per eleggere il nuovo sindaco. Il confronto politico non può ignorare la sfida che più di ogni altra segnerà il destino della città: il rapporto con il mare. Non è più una questione se il livello del mare salirà, ma di come Venezia sceglierà di farsi trovare quando accadrà. —
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