Permafrost che cede sulle Alpi: la colla “invisibile” e quel rischio sotto le montagne olimpiche

Dal progetto transfrontaliero Frost.ini ai crolli nelle Dolomiti, lo studio dell’Ogs: la degradazione del “cemento naturale” che tiene insieme vette e versanti minaccia rifugi, impianti e sentieri alpini

Giulia Basso

Mentre le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina accendono i riflettori sulle Alpi, la comunità scientifica studia un fenomeno invisibile che ne minaccia la stabilità: la degradazione del permafrost. Quel “cemento naturale” che tiene unite vette e versanti sopra i 2.300 metri sta cedendo per l’aumento delle temperature, mettendo a rischio rifugi, impianti di risalita e intere pareti rocciose.

Proprio il permafrost è l’oggetto del progetto transfrontaliero Frost.ini, che riunisce cinque partner tra Italia e Austria: l’Ogs di Trieste (capofila), la provincia autonoma di Bolzano, l’Eurac Research, il servizio geologico del Salisburghese e la società GeoResearch, con l’obiettivo di monitorare la degradazione e creare linee guida per gestori di impianti e amministrazioni pubbliche.

Nell’estate 2025 mezzo milione di metri cubi di roccia è crollato dalla Cima Falkner nelle Dolomiti di Brenta. «Quando il blocco è venuto giù si è visto il ghiaccio che teneva su tutto», ricorda Antonio Bratus, ricercatore dell’Ogs e responsabile scientifico di Frost. ini. I geologi trentini hanno confermato: è stata la continua degradazione del permafrost a innescare il disastro.

Ma cos’è esattamente il permafrost? «È un sottosuolo che rimane sotto gli zero gradi per almeno due anni consecutivi. Quando nel terreno è presente anche umidità, questa congela e il ghiaccio agisce come collante: nei depositi di sedimenti tiene insieme i materiali, nelle pareti rocciose riempie le fratture mantenendone la stabilità. Se le temperature salgono, il ghiaccio fonde e la montagna diventa instabile». Il fenomeno è stato a lungo ignorato, perché il permafrost non è visibile in superficie. «Gli indizi più visibili sono i rock glacier – spiega Bratus –: distese di detriti rocciosi all’interno dei quali è intrappolato ghiaccio che deformandosi li fa muovere lentamente verso valle, come piccoli ghiacciai. Il loro movimento segnala che il permafrost sottostante si sta evolvendo».

I siti pilota del progetto raccontano storie diverse di monitoraggio e intervento. Sulle Tofane, non lontano dalle piste olimpiche, è stato trovato permafrost con ghiaccio da 3 a 15 metri di profondità. «Durante i lavori di ammodernamento della stazione della funivia è stato installato un impianto frigorifero per mantenere freddo il sottosuolo – spiega Bratus –. Ora monitoriamo quanto questa soluzione sia efficace nel tempo». Altro sito pilota è la Grawindl in Val Senales: un foro orizzontale scavato nella montagna, attrezzato con sensori che misurano la temperatura della roccia in continuo da vent’anni. «I dati mostrano come una parete esposta a sud si comporti diversamente da una a nord e come il calore impieghi sei mesi per penetrare fino a 10 metri di profondità».

Sul Grossglockner, la montagna più alta d’Austria, in ottobre sono state installate due colonne di perforazione profonde 20 metri a 3.450 metri. «L’installazione è avvenuta durante lavori di consolidamento del rifugio Arciduca Giovanni, danneggiato dal disgelo – precisa Bratus –. Perforazioni di pochi centimetri con catene di sonde termometriche permettono di modellare l’evoluzione futura del permafrost».

Anche in Friuli Venezia Giulia c’è un sito pilota. A Casera Razzo, sotto il Monte Tiarfin, è stato trovato un ghiacciaio di roccia a 1. 850 metri, ben sotto la soglia prevista. «Abbiamo stimato circa 900.000 metri cubi di ghiaccio, riserve idriche significative». Tra gli strumenti più innovativi impiegati nel progetto ci sono i gemelli digitali, che verranno realizzati per due siti pilota: modelli tridimensionali della montagna che integrano dati geofisici, movimenti rilevati da satellite e misure di temperatura, per simulare come evolverà un versante nei prossimi decenni.

Il progetto produrrà anche un manuale di buone pratiche. Per i gestori di impianti l’indicazione è netta: «Affidarsi a esperti, monitorare costantemente, non limitarsi a riempire di cemento le fessure ma progettare soluzioni efficaci». Per gli escursionisti il consiglio è «evitare sentieri sotto pareti esposte a sud nelle giornate molto calde. È un pericolo nuovo con cui dovremo imparare a convivere».

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