Avanza il cambiamento climatico in montagna, l’esperto: «Il rischio zero non esiste, si può solo accettare e gestire»
Guida alpina e geologo a confronto: «Ghiacciai e permafrost in mutazione rendono folli itinerari sicuri trent'anni fa». Il limite del rischio accettabile: una vittima ogni 10 mila abitanti.

In montagna il rischio zero esiste o no? Assolutamente no, taglia corto Luigi Trippa, da oltre 20 anni guida alpina. Concorda con lui il geologo bellunese Luca Salti, che precisa: «C’è un “rischio accettabile”», come quello dei crolli dolomitici (da pareti talvolta marce, come quelle del Pelmo e del Marcora). A condizione che la montagna sia monitorata e la comunità venga posta in sicurezza.
Trippa era amico di Carlo Chiodini che il 19 marzo ha perso la vita nel gruppo del Monte Bianco sulla parete del Grand Flambeau, durante una giornata di formazione per la qualifica di Aspirante Guida Alpina organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia. «Tutti noi, guide alpine o assidui frequentatori della montagna», specifica, «siamo consapevoli che siamo in una fase di mutazione climatica molto profonda e le zone adiacenti ai ghiacciai sono aree molto sensibili al cambiamento climatico». E aggiunge: «Inutile e troppo corposo sarebbe l’elenco delle frane e dei distacchi di seracchi che si stanno osservando dal 2003 ad oggi; itinerari che 30 anni fa erano percorribili in estate oggi sono assolutamente una follia».
Se pensiamo alle tante storie recenti di crolli e distacchi – dalla Marmolada, senz’altro, ma anche dall’Antelao, dal Marcora, dal Pelmo – si può concludere che il rischio zero non esiste neppure sulle Dolomiti. Montagne che il geologo Luca Salti conosce come le sue tasche. «La definizione del rischio è un argomento molto sentito negli ambienti scientifici. Il rischio derivato dai crolli può essere mitigato, e molto raramente azzerato (se non in caso di accorgimenti estremi quali la delocalizzazione o, per strade, di costruzione di gallerie naturali)», precisa .
Il riferimento di Salti è evidente: alla statale Alemagna piuttosto che all’Agordina o alla provinciale 251 della Val Zoldana. «Nel mondo scientifico, è sempre più marcata la ricerca della definizione del rischio “accettabile”», insiste l’esperto. «Le linee comuni indicano che un rischio è “accettabile” se non provoca più di una vittima ogni 10 mila abitanti all’anno».
Secondo Salti, non ci sono dubbi che nelle zone di alta montagna, i cambiamenti climatici in atto stiano causando un aumento percettibile dei fenomeni franosi, a causa delle veloci mutazioni delle temperature, delle precipitazioni intense, del ritiro dei ghiacciai e della ristrutturazione del permafrost (cicli climatici). Il geologo ricorda che le frane di crollo sono in assoluto le più pericolose, in quanto le più veloci, meno prevedibili e non sempre associabili a cause innescanti chiare (come precipitazioni, sisma ed altro ancora).
«Possono avvenire di fatto in qualsiasi momento dell’anno», precisa lo studioso; se ne prenda buona nota in Val Boite, in Agordino e tra Longarone e Zoldo. «Alla luce di quanto appena detto, concordo con il fatto che la valutazione del rischio sia tecnicamente fattibile. Ci sono molteplici metodi scientifici che mirano a questo. Le procedure non sono assolutamente semplici, anzi sono molto complesse in quanto l’oggettività dell’analisi dipende da molti fattori combinati tra loro in modo analitico. La conoscenza storica di una zona da parte delle persone del posto, la coscienza della frequenza di eventi può anch’essa aiutare a discriminare le zone più esposte».
E questo vale per l’alpinista ma anche per il semplice escursionista, per la guida alpina piuttosto che per il volontario del soccorso alpino, ma in queste settimane soprattutto per chi pratica il fuoripista. «La vera questione sta nel definire correttamente la linea sottile che unisce (o divide) il concetto di convivenza naturale dell’uomo con ambienti che possono essere aggressivi quali la montagna e anche il mare», specifica Salti.
Da una parte c’è la scelta di accettazione spontanea del rischio a cui si è esposti, frequentando la montagna. «Questo approccio è sempre stato intrinseco nella naturale convivenza umana con l’ambiente circostante». Dall’altra parte c’è la scelta di calcolare il rischio, di pianificare, di prevedere, di mitigare. «Questa valutazione deriva spesso da direttive giuridiche, normative e amministrative che regolano le azioni degli enti competenti per la difesa geologica ed idrogeologica».
«Questi due aspetti, a mio parere, devono essere ben contestualizzati in funzione del fatto che ci si trovi a valutare un rischio per una strada, per un centro abitato o una ciclabile, oppure a valutare un rischio in ambienti escursionistici di montagna», prospetta il tecnico. Che poi specifica. «Per il primo caso la valutazione del rischio è fondamentale a difesa degli utenti di una strada o degli abitanti di un paese. Sono fondamentali gli strumenti di pianificazione urbanistica e di pianificazione/manutenzione delle opere che devono garantire dei margini di sicurezza e mitigazione accettabili in funzione delle risorse a disposizione.
Per il secondo aspetto, Salti propende sempre verso la gestione naturale della convivenza uomo/natura. «Questa va sempre basata preventivamente su strumenti obbligatori di valutazione , quali lo studio del percorso, le previsioni meteo, le previsioni valanghe , la scelta dei materiali, che possono aiutare nella gestione di certe situazioni». «Ma», conclude il geologo, «deve esserci sempre la coscienza che, trovandosi in certi tipi di ambienti, si è sempre esposti a un margine di rischio che deve essere accettato e rispettato. Questa gestione è normata dal buon senso, dall’esperienza, e deve nascere dal rapporto di rispetto verso la montagna».
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