Il premio Nobel dell’acqua Rinaldo: «Con questo clima impazzito Venezia non durerà un altro secolo»

Lo scienziato spiega le gravi criticità: «In 100 anni la Terra ha registrato un aumento di quattro gradi della temperatura». E ancora: «Il mare si innalzerà di un metro, faremo un concorso di idee»

Sergio Frigo
Il professore Andrea Rinaldo, premio Nobel dell’acqua
Il professore Andrea Rinaldo, premio Nobel dell’acqua

Intervistare Andrea Rinaldo significa immergersi in un mondo acqueo, farsi “inondare” da informazioni, dati, idee, ricordi che hanno a che fare tutti con l’elemento liquido che è alla base della vita, ma al tempo stesso la condiziona pesantemente, come abbiamo toccato con mano nella lunga siccità estiva. Primo italiano a vincere (nel 2023) il Premio Nobel dell’Acqua, si è confrontato con questo elemento fin da bambino, in famiglia: il nonno aveva un’impresa di costruzioni marittime (sua è la diga alle bocche di porto di Chioggia), e il papà era un ingegnere idraulico.

Ma c’è stato un momento preciso, gli chiediamo, in cui ha capito che questa sarebbe stata anche la sua strada?

«Decisiva è stata l’Acqua Granda del 4 novembre 1966: avevo 12 anni e abitavo a Venezia, ricordo l’impatto con quest’acqua che non scendeva mai, e la sensazione di estrema fragilità della città che ne è derivata: in molti di noi bambini si affacciò il desiderio di fare qualcosa per salvarla».

Da allora sono passati 60 anni, e Venezia sta all’asciutto grazie al Mose, ma il pericolo per la città non è cessato, vero?

«Proprio così: oggi i veneziani vivono un falso senso di sicurezza, anche quelli che mi tolsero il saluto perché ero favorevole alla sua realizzazione. A causa del cambiamento climatico il mare continua ad alzarsi e aumenta il numero delle alte maree: già a questo punto dell’anno il Mose è stato sollevato una quarantina di volte, e con dieci volte di più diventa difficile la manutenzione. Entro fine secolo l’innalzamento sarà di quasi un metro, e non è la previsione più catastrofica. Significa che il Mose dovrebbe essere sollevato quasi ogni giorno, con effetti devastanti per l’ecosistema lagunare e per l’attività marittima: quale società di navigazione manderebbe le proprie navi ad un porto quasi sempre chiuso? Senza contare che Venezia letteralmente marcirebbe: vediamo già oggi le conseguenze dell’innalzamento dell’acqua, che quando evapora rilascia il sale nel corpo degli edifici: è come un cancro per il tessuto connettivo della città».

Quali soluzioni vede per la sopravvivenza di Venezia?

«Al momento non ne vedo di tecnicamente realizzabili. Qualcuno propone di sollevarla iniettando acqua nel sottosuolo, ma non è una soluzione efficace: innanzitutto allo stato attuale delle tecnologie il sollevamento non andrebbe oltre i 20 centimetri, e non è assicurato che sarebbe omogeneo, per cui magari ci ritroveremmo con Palazzo Ducale spaccato a metà; in secondo luogo si tratterebbe di un’operazione non definitiva ma da ripetere per sempre. Urge trovare soluzioni inedite e definitive, e farlo in fretta: le barriere mobili ci hanno dato un po’ di tempo, ma non possiamo aspettare 60 anni per un nuovo intervento, com’è accaduto col Mose: la città non dura più di un secolo in queste condizioni».

Come pensa che si dovrebbe procedere?

«Bisogna mobilitare la popolazione, ci vuole un rigurgito di patriottismo marciano per promuovere un concorso internazionale di idee. Il problema da sottoporre agli studiosi di tutto il mondo è: come immaginate Venezia col mare più alto di un metro? Tutte le idee e le soluzioni che arriveranno saranno esposte all’Arsenale – il presidente della Biennale Buttafuoco mi ha già dato la sua adesione – a disposizione della cittadinanza, l’opposto di quanto ha fatto il Consorzio per il Mose. Servono però 20 milioni per consentire ai sette gruppi selezionati di lavorare al loro progetto per un anno. Io sono impegnato nella raccolta dei fondi necessari, al momento ho tante promesse, in attesa del donor principale».

Venezia peraltro è solo una faccia, quella più bella e più fragile, del problema generale del cambiamento climatico, che quest’anno si è presentato con una siccità straordinaria. Cosa ci possiamo aspettare per il futuro?

«Se parliamo dell’immediato, temo che fino a dicembre saremo soggetti ad altri eventi meteorologici estremi derivati dall’enorme concentrazione di energia termica accumulata nel Mediterraneo, che in qualche modo deve scaricarsi. Se spingiamo lo sguardo più avanti non possiamo non registrare che tutti gli indicatori climatici che per 300 anni, da inizio ‘700 quando sono iniziate le rilevazioni scientifiche, sono rimasti stabili, negli ultimi 50 anni hanno avuto un impazzimento: la Terra è stata anche più calda di ora in passato, ma per registrare un aumento di 4 gradi di temperatura dovevano passare 100 milioni di anni, invece ne sono bastati 100. Ormai c’è un’accelerazione tale che sembriamo aver raggiunto i punti critici di non ritorno».

Cosa fare a questo punto?

«I tempi sarebbero maturi per stipulare un accordo globale per una riduzione massiccia delle emissioni di Co2, ma non è facile: l’accordo dovrebbe essere all’insegna della giustizia distributiva, tener presente ad esempio che ci sono paesi meno sviluppati che attribuiscono ai paesi ricchi la responsabilità di essere stati, col loro modello di sviluppo basato anche sullo sfruttamento delle risorse altrui, la causa del cambiamento climatico; e oggi giustamente chiedono compensazioni. In attesa di questo accordo bisogna però intervenire sull’adattamento al nuovo clima con misure intelligenti, concepite per ogni territorio».

In questo ambito la gestione dell’acqua è uno degli aspetti più critici…

«Si, perché come dice nei suoi spettacoli sull’acqua Marco Paolini, che mi piace definire il mio ultimo allievo, adesso piove male, cioè dove non serve, ad esempio negli oceani. Siccità e alluvioni sono facce della stessa medaglia. Questo ci pone dei problemi inediti nella gestione dei fiumi: in passato sulla scorta di quanto era accaduto nei decenni precedenti si poteva ragionevolmente prevedere la frequenza delle grandi piene centenarie, cioè con una probabilità di presentarsi una volta in un secolo. Ora può capitare, come col fiume Lamone in Emilia Romagna, che queste piene si verifichino tre volte in un anno. Nel Veneto abbiamo dei fiumi grandi, che ragionevolmente dovrebbero fare più fatica ad esondare: ma questo valeva nel passato, adesso come diceva Biagio Marin “il passato non esiste”: l’accelerazione del cambiamento, come dimostrato dal Centro studi sugli impatti dei cambiamenti climatici, diretto da Marco Marani, rende sempre più difficile prevedere le piene future e ci impone di mettere a punto nuovi modelli che riconsiderino tutti i parametri e individuino una nuova distribuzione delle probabilità, usando nuovi metodi come le meta statistiche. E bisogna anche cominciare a porci delle domande spiacevoli, ad esempio se possiamo permetterci l’attuale tipo di sviluppo, o un’agricoltura con le risaie a Vercelli e le marcite in Lombardia».

Domenica prossima è la Giornata mondiale dei fiumi: come siamo messi in Veneto e Friuli Venezia Giulia?

«Si stanno facendo i bacini, e va bene: quelli sul Bacchiglione ad esempio hanno già salvato Vicenza da almeno due alluvioni; ma quello è un fiume piccolo, di risorgiva. Parlando ad esempio del Piave, se si ripresentasse una piena come quella del 1966 saremmo ancora inermi. Ma intervenire sui fiumi è complicato in un territorio pesantemente urbanizzato; e poi bisogna rispettare il capitale naturale dei corsi d’acqua. L’ho detto ai politici friulani a proposito del Tagliamento: la cosa peggiore che potete fare è stravolgere la naturalità dei suoi alvei intrecciati per realizzare opere di contenimento inutili, come la diga piccola a Pinzano. Aver costruito tanto non aiuta: il Veneto è stato completamente sconciato dalla cementificazione, dovremmo vergognarci. Bisogna decidersi a introdurre una regola semplicissima: non si costruiscono nuovi volumi se non se ne demoliscono altrettanti».

Altro tema delicato: cosa pensa della ventilata ripresa delle trivellazioni in Adriatico?

«Sono contrarissimo: distruggono il patrimonio naturale e non risolvono il problema dell’energia di cui ha bisogno il Paese».

 

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