Caldo estremo, il medico del Cuamm: «Ecco le strategie africane per conviverci senza soccombere»

Giovanni Putoto, medico del Cuamm reduce dal Sudan: «Il caldo mette sotto pressione cuore e reni». Anziani, donne in gravidanza e neonati sono tra le categorie più vulnerabili: «Le notti calde impediscono all’organismo di recuperare»

Sergio Frigo
Giovanni Putoto
Giovanni Putoto

Ci si può abituare a un caldo forte e prolungato? E con quali effetti sul nostro corpo? Giriamo la domanda a un medico che per formazione professionale ed esperienza diretta ha a che fare col clima estremo dell’Africa, dove l’aumento delle temperature si combina frequentemente col lavoro fisico all’aperto, abitazioni poco protette dal calore, accesso discontinuo all’acqua e all’elettricità: si tratta di Giovanni Putoto, responsabile dell’area sanitaria e dell’attività di ricerca del Cuamm, reduce da una missione in Sudan, con 45° di temperatura.

«Il nostro fisico», risponde il medico, «deve mantenere la temperatura interna intorno ai 37 °C, indipendentemente dalla temperatura esterna. Quando fa molto caldo per eliminare il calore prodotto dall’organismo l’ipotalamo, che è una sorta di termostato centrale, attiva la vasodilatazione cutanea, che porta più sangue verso la superficie del corpo facilitando la dispersione del calore, e la sudorazione.

Con un’umidità esterna elevata però l’evaporazione del sudore è meno efficace: quindi sudiamo molto, perdendo acqua e sali, senza riuscire a raffreddarci. Con la portata cardiaca indirizzata verso la cute aumentano invece i battiti del cuore, mentre attraverso il sudore perdiamo acqua ed elettroliti.

L’organismo reagisce aumentando la sete e, attraverso il rene, trattenendo maggiormente acqua e sodio. Finché questi meccanismi riescono a mantenere temperatura corporea e idratazione, siamo ancora nell’ambito della fisiologia, non della malattia».

E come avviene l’adattamento quando l’esposizione al caldo si prolunga?

«L’organismo sviluppa una vera acclimatazione, che si instaura progressivamente, in genere nell’arco di 7–14 giorni. Si comincia a sudare prima e più efficacemente, il sudore diventa relativamente meno ricco di sali, aumenta il volume plasmatico e, a parità di esposizione e di lavoro fisico, tendono a ridursi l’aumento della frequenza cardiaca e quello della temperatura interna. L’acclimatazione però non è illimitata, dipende dalla temperatura e dall’umidità, dalla durata dell’esposizione, dall’attività fisica, dall’età e dalle condizioni di salute, dalla disponibilità di acqua e dalla possibilità di riposare in un ambiente più fresco. Il problema è quando sono calde anche le notti, perché l’organismo non riesce a recuperare dal carico termico accumulato durante il giorno».

Cosa succede a quel punto?

«Quando il calore prodotto o assorbito supera la capacità dell’organismo di disperderlo, possono comparire disidratazione, debolezza, crampi, vertigini, ipotensione ed esaurimento da calore. La manifestazione più grave è il colpo di calore (heat stroke), caratterizzato da grave ipertermia e alterazioni neurologiche, fino alla confusione e alla perdita di coscienza. Nei casi più gravi possono essere interessati contemporaneamente cervello, cuore, reni, fegato e sistema della coagulazione: è una vera emergenza medica. Ma al di là del colpo di calore il super- lavoro cardiovascolare favorisce disidratazione e danni renali e può scompensare malattie preesistenti».

Quali sono le categorie più vulnerabili?

«In primo luogo gli anziani, nei quali diminuisce l’efficienza della termoregolazione e aumentano la frequenza delle malattie croniche e l’uso di farmaci che possono interferire con l’equilibrio idrico e la risposta al calore. Ma di recente è emersa con chiarezza anche la vulnerabilità della donna in gravidanza, del feto e del neonato. La gravidanza comporta già un aumento del metabolismo e importanti modificazioni della circolazione materna; il caldo rappresenta quindi un ulteriore carico fisiologico. Un’approfondita ricerca pubblicata su Nature Medicine, e anche un approfondimento del Financial Times, hanno dimostrato che per ogni aumento di 1 °C dell’esposizione al calore, le probabilità di parto pretermine aumentano mediamente di circa il 4%; durante le ondate di calore l’aumento arriva al 26%. E aumentano, fino a raddoppiare, anche la mortalità neonatale e materna».

Quali rimedi si praticano?

«Non si esce nelle ore più calde, e poi proliferano tecnologie semplici come i classici ventilatori, o l’ombreggiatura delle case. Nelle strade ci sono piccole costruzioni con anfore colme d’acqua a disposizione dei viandanti. L’adattamento al caldo è anche il risultato dell’interazione tra fisiologia, comportamenti, relazioni familiari, qualità dell’abitazione, organizzazione della città e disuguaglianze sociali. Anche in Africa chi è più esposto al caldo è spesso chi dispone di meno risorse per proteggersi».

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