Il Piave non mormora più: ridotto a rivoli d'acqua tra prelievi idrici e risalita del mare

Dal Cadore alla foce il Piave è ridotto a un filo d'acqua. Siccità, prelievi per agricoltura e idroelettrico, cuneo salino e cambiamento climatico mettono in crisi il "fiume sacro alla Patria". Serve un piano da 500 milioni per salvare il Basso Piave

Sergio Frigo
Il Piave in estate è praticamente in secca
Il Piave in estate è praticamente in secca

“Fiume sacro alla Patria”, c’è scritto nelle tabelle all’imbocco dei ponti sul Piave. Ma di sacro c’è ben poco nel modo con cui abbiamo trattato il Grande Fiume.

Dal Basso Cadore fino a Salgareda è ridotto a qualche rivolo d’acqua che si fa strada in un ampio greto di ciottoli: c’entra la siccità estiva, certo, ma c’entra soprattutto il fatto che il Piave, per secoli un elemento imprescindibile della vita, dell’economia e dell’identità stessa di quei territori, a causa dei massicci prelievi dell’agricoltura e dell’idroelettrico è diventato il fiume più artificializzato d’Italia: le sue acque alimentano centinaia di derivazioni e decine di grandi serbatoi artificiali, e poi – costrette in centinaia di chilometri di tubature - vengono sballottate da una parte all’altra del Veneto nord-orientale prima di tornare, almeno parzialmente, al loro corso naturale a valle. Da decenni il fiume ha smesso di... mormorare, di alimentare mulini e di essere la grande arteria di comunicazione che è stato per secoli.

Piave, l'agronomo del consorzio: "Ecco perché non si usa il fiume per irrigare"

«Un tempo il Piave parlava», scrive Toni Sirena nel “Lessico delle acque nel Veneto contemporaneo, «Si esprimeva con diverse voci: dal mormorio del suo scorrere lento al brontolio delle rapide fino all’urlo delle alluvioni. Parlava anche attraverso i suoi pesci, i suoi anfratti, le sue anse, il suo ecosistema vivo, il suo respiro ma anche con gli ex voto, le creature mitologiche, le preghiere. Oggi è un silenzio che accusa». In questi mesi in realtà, soprattutto nei weekend, il suo greto è spesso affollato di bagnanti con tende e ombrelloni, tanto che Ponte di Piave sembra una succursale di Jesolo.

Il cuneo salino

Pochi chilometri più a sud – a Fossalta, oltre 20 km dalla linea di costa – comincia addirittura l’acqua salata, per cui da giugno, come nel 2022, il Consorzio di Bonifica Veneto Orientale (1140 kmq di territorio fra le province di Treviso e Venezia, per due terzi sotto il livello del mare) ha dovuto chiudere il punto di presa per gli attingimenti irrigui. «La conducibilità dell’acqua, collegata alla presenza di sali disciolti», spiega Sergio Grego, direttore del Consorzio presieduto da Andrea Pegoraro, «Qui a San Donà adesso è di circa 10mila microsiemens per centimetro, un terzo della salinità del mare: per poter essere utilizzata per l’irrigazione l’acqua deve essere sotto i mille, cioè un decimo».

Problema storico

Ma questa carenza idrica stagionale si aggiunge a un problema strutturale: è dagli anni ‘30 infatti che - proprio a causa della scarsità di acqua per i prelievi a monte – a valle di Fossalta il Piave non può essere utilizzato per l’irrigazione. Per ovviare a questa situazione, al tempo causa di scontri feroci tra industria idroelettrica e mondo agricolo, si è organizzato un complesso sistema di trasferimento delle acque del fiume: prelevate da Soverzene e transitate per il lago di S. Croce e le centrali del Fadalto, da Castelletto vengono in parte incanalate a Nervesa, e da Cavolano rilasciate nella Livenza; da qui un impianto di ripompaggio dell’Enel le alza di sei metri e le immette nel canale Brian da cui tornano nel Piave.

«Questo complesso di opere umane», spiega ancora Grego, «Oltre a garantire per decenni l’irrigazione di 30mila ettari di terreno nel Basso Piave ha modellato e ora conserva il paesaggio naturale come ci appare adesso. Ma ora questo delicato equilibrio viene messo in crisi dal cambiamento climatico, da un lato per la crescente carenza di acqua da monte, dall’altro per l’innalzamento dell’Adriatico le cui acque si spingono sempre più in profondità».

Le soluzioni

Cosa serve per ripristinare la funzionalità del sistema? «Cinquecento milioni di euro», butta là il direttore, «dei quali circa 70 già ottenuti negli ultimi 5 anni, con lavori per un terzo completati, per metà in corso e il resto in appalto». A spiegarne la filosofia è l’agronomo Giampaolo Rossi: «Si tratta da un lato di incentivare le difese sulla linea di costa, rialzando le arginature sulla Litoranea veneta, e laddove possibile realizzare gli sbarramenti dei corsi d’acqua per bloccare la risalita del cuneo ma anche per proteggersi dalle mareggiate; a nord invece si tratta di realizzare delle dorsali con un sistema di canali e tubi interrati da due metri di diametro che metta in condivisione le acque che il Consorzio deriva dai grandi fiumi per implementare l’utilizzo delle acque e incentivare la distribuzione irrigua sul territorio». C’è un progetto sperimentale da 1 milione di euro per fare alcune dune di fondo alla foce dei principali fiumi, che rallenterebbero la risalita dell’acqua salata, più densa della dolce che s’infiltra dal fondo, e che sarebbero spazzate via da una piena del fiume senza ostacolare il deflusso.

L’analisi 

Limitarsi a maledire il meteo quando nei fiumi manca l’acqua equivale a guardare il dito che indica la luna. L’andamento meteorologico è importante, trattando di siccità e più in particolare dello stato di salute dei fiumi veneti, ma il problema è ormai strutturale, e qualche violento acquazzone può tamponare le emergenze ma non lo risolve, come abbiamo sperimentato in questi ultimi giorni in cui le ondate temporalesche registrate dall’Arpav sono state ben sei, e hanno riguardato sia le zone montane della regione che il Polesine e il Veneziano.

Canale Fossetta in secca
Canale Fossetta in secca

Certo, l’annata idrologica (da ottobre a giugno) non è stata prodiga di precipitazioni, calate del 26% rispetto alla media del periodo 1991-2020, ma comunque a maggio e giugno qualche pioggia c’è stata, mentre nel famigerato 2022 aveva smesso di piovere fin dall’autunno dell’anno precedente.

Problemi strutturali

Perché allora tutto il sistema idrico della regione, frutto di secoli di interventi sul territorio, in queste settimane è sembrato sul punto di collassare? E perché questa situazione si ripete ormai ad ogni estate, escluso il 2024 in cui invece le piogge erano state fra le più abbondanti del trentennio (1.595 mm contro una media regionale annua di 1200)?

La spiegazione contingente è che rispetto al 2022 quest’anno oltre alle scarse precipitazioni ci sono state più ondate di calore, che hanno aumentato l’evapotraspirazione aggravando la carenza di acqua. La spiegazione più strutturale rimanda al clima surriscaldato, che provoca piogge brevi e violente, e alla impermeabilizzazione del territorio, entrambe situazioni che contribuiscono a spingere più rapidamente di un tempo verso il mare l’acqua caduta.

Piave, il direttore del Consorzio di bonifica Veneto Orientale spiega la storia

«Nel torrido 2003», ricorda Francesco Vallerani, senior researcher di geografia a Ca’ Foscari e direttore della Cattedra Unesco sull’Acqua di Venezia, «si erano ventilate tante soluzioni, a partire da un approccio diverso alla gestione del territorio, col fine di rimpinguare le falde acquifere in sofferenza e rinfrescare le città, riducendo la cementificazione, piantando alberi e promuovendo metodi naturali di infiltrazione delle piogge, peraltro sperimentati proficuamente in qualche area dell’Alto Vicentino, ma poi non si è fatto praticamente nulla. Nel 2017 una legge regionale ha anche provato a intervenire sul consumo di suolo, ma nella realtà si è continuato a costruire grandi centri logistici, a cementificare piazzali, a interrare fossi: ora stiamo pagando tutto questo».

Marco Marani, docente di idraulica all’Università di Padova e direttore del Centro Studi sugli impatti dei cambiamenti climatici, punta il dito sugli effetti del riscaldamento globale, che provoca un minor innevamento in tutti i bacini dei nostri grandi fiumi alpini, a partire dal Piemonte e dall’Alto Adige, e scioglie rapidamente la poca neve caduta. «Il tutto è aggravato dalla riduzione dei ghiacciai, che si stanno ritirando ovunque e in particolare a monte dell’Adige si stanno esaurendo: di fatto abbiamo depauperato un patrimonio idrico accumulato in centinaia di anni: e se a queste condizioni generali si aggiunge una primavera piuttosto secca, come quest’anno, il risultato è quello che stiamo vedendo».

Invasi

Rimedi possibili? Marani, che fa parte della task-force sulla siccità istituita dalla Regione, auspica un maggior coordinamento fra i territori rivieraschi a monte e a valle, per pianificare una gestione coordinata e solidale dei fiumi prima che arrivi l’emergenza, ma punta soprattutto sulla realizzazioni di nuovi bacini per trattenere l’acqua quando c’è. «Invaso non è una brutta parola», commenta, «Vanno bene i laghetti a valle proposti da Anbi e Coldiretti, ma quelli a monte funzionano meglio perché consentono di conservare più acqua e di smistarla per caduta su un bacino più ampio.

Capisco le resistenze delle comunità locali che si oppongono sulla scorta di quello che ritengono essere il proprio interesse, ma alla base c’è anche una mancanza di informazione sull’impatto di queste opere, e sulle conseguenze gravi se non si fa niente». Il riferimento al bacino del Vanoi e alla cassa di espansione sul Piave, osteggiati dalle comunità locali, è tutt’altro che casuale.

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