L’Odissea di frutta e verdura sotto il solleone: diario di un orto alle prese con la crisi climatica
Lo scrittore, che è anche agronomo, e l’estate bollente vista dal campo di casa. Zucche, fichi, uva già maturi un mese prima. Avanti così, che ne sarà del radicchio?

È un’estate di grandi evaporazioni, fisiche e concettuali.
L’estate stessa potrà ancora definirsi come la più bella stagione dell’anno? Giornate a 38-39°C, pur prive di nuvole, sono bel tempo? Quindi stiamo vivendo la quarta ondata di bel tempo?
Forse dovremo cambiare linguaggio. Come chiameranno l’estate gli umani? Diventerà l’incubo o l’inferno? O “chissenefrega”, tanto ho il condizionatore e il 2 agosto diventerà la festa a lui dedicata. C’è un paradosso che scivola, tra un termometro e l’altro, e a cui non prestiamo attenzione: più fa caldo e meno discutiamo delle sue cause, tantomeno su come porvi rimedio.
Fenomeni, assai meno impattanti, suscitano feroci discussioni, accese contrapposizioni, ma qui si glissa. Si parla di sali minerali, di bere acqua, di ore in cui rimanere al fresco, cioè dalle nove di mattina alle nove di sera. Ma di come riorganizzare la nostra esistenza, date le tendenze, solo timide battute, divertenti proposte come togliere asfalto e cemento dalle città dopo averle riempite, di piantare qualche albero dopo averli rasi al suolo o infilati tra marciapiedi e strade. Barzellette.
Per sentire qualcosa di serio bisogna dedicarsi all’orto. Che è luogo di grandi apprendimenti, scuola di filosofia, prima che fonte di fiori di zucca fritti. Mondo di acqua e di cura.
L’Africanizzazione
Credo di aver compreso di più coltivando l’orto che leggendo l’Odissea. L’orto parla del rapporto tra uomo, ambiente e gli altri viventi, l’Odissea del confuso mondo umano. Il primo è un ambito più ampio e meno truce.
Oggi l’orto soffre e lo dice. Non sui social. Bisogna guardare. Il colore delle foglie, il portamento dell’intera pianta, le fioriture, la dimensione dei frutti, lo spessore delle bucce.
Coltiviamo varietà selezionate per un clima che adesso corre il palio di Siena. La temperatura misura l’energia. Oggi, mentre scrivo, sull’aiuola delle zucchine il termometro segna 43°C. Le zucchine non sorridono, come i bagnanti dentro le piscine dell’Acquaestate. L’eccesso di calore influisce sul funzionamento biologico. Spinge a crescere o arresta la crescita.
L’Africa termica non si può remigrare e il Mediterraneo rischia di diventare un caldo laghetto
Se cresci lo fai a fatica, tendi ad andare a seme, cioè provi a lasciare degli eredi che speri potranno cavarsela meglio di te. Alcune varierà di zucche sono già mature, oltre un mese prima del solito. Attorno all’orto c’è una pianta di fichi che sono già maturi, quasi un mese prima. Ma lo stesso sta accadendo per l’uva. Poi il vino, per fortuna, è curato dagli enologi, grande stirpe di miglioratori.
Sedano, rape rosse, prezzemolo, fagiolini: sembrano tutti profughi che abbiano attraversato il Mediterraneo. Perché, ironia climatica, stiamo vivendo una africanizzazione dei territori ad opera dell’energia termica. L’odiata Africa, amata solo quando la si colonizzava, è qui, nelle nostre piazze, sulle nostre strade, dentro le fabbriche. L’Africa termica non si può remigrare e il Mediterraneo rischia di diventare un caldo laghetto. Naturalmente ci sono anche dei vantaggi: meno malattie fungine. Pochissima peronospora sui pomodori, ma anche pochi pomodori e pochi porcini, purtroppo, nei miei soliti boschi.
Perciò l’orto ti spinge, lo fa sempre ma in questi giorni ancor di più, a pensare al futuro. Se continuerà così, pianterò ancora la patata dolce (che quest’anno mi posso fumare)? E il sedano?
Ed esagerando: che ne sarà del radicchio? Potrò avere ancora la possibilità di godere di quel delizioso, quotidiano, contorno?
Viene quasi da pensare che l’orto bisognerà lasciarlo andare. Ha fatto il suo tempo. Ci siamo molto divertiti, ma niente dura in eterno, né una buona nazionale né una porzione di biete.
È il pianto dei piccoli orti che dipendono dall’acqua potabile, quella che perdiamo attorno al 40-41% con la distribuzione.
Viene quasi da pensare che l’orto bisognerà lasciarlo andare. Ha fatto il suo tempo. Ci siamo molto divertiti, ma niente dura in eterno
Le estensioni di mais godono di una maggior disponibilità, benché molti campi siano ingialliti. Ma lì non sono al servizio dell’insalata di pomodoro, lavorano per le grandi filiere della carne e del latte. E non sarà facile nemmeno per loro.
Resilienti, per ciclo di crescita e struttura, rimangono le patate e le cipolle. Come i vecchi di una volta. Mangeremo solo quelle, come tanto tempo fa? Ci adatteremo. Viene, con la solita disattenzione, da pensare che ci sono ben altri problemi.
A partire dai carburanti. Che sentono le guerre. Ma che c’entra l’orto con la guerra? Le due grandi piante che ho nell’orto, un fico e un albicocco di cinquanta anni, che amo come dei parenti, competono per l’acqua con le loro possenti radici che corrono sotto tutte le aiuole coltivate. Le piante annuali non ce la fanno, quando c’è scarsità e troppo calore.
I potenti hanno più risorse. Anche nell’orto. Figurati se non c’entrano le guerre.
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