Il ghiacciaio del Montasio resiste al cambiamento climatico: «Sfrutta l’ombra e le valanghe»
Secondo i monitoraggi, la resilienza deriva dall’esposizione a nord e la presenza di detriti rallenta le perdite

La resilienza del ghiaccio nella peculiarità di un luogo che di fronte al cambiamento climatico mantiene il suo manto freddo e immacolato, senza cedere (troppo) al caldo e a un contesto in cui la riduzione del volume è la regola. Il ghiacciaio del Montasio tiene, la sua massa, coi dovuti arretramenti, resiste. Per quanto possibile, certo, ma abbastanza da consentire di isolare l’accumulo, uno degli ultimi sopravvissuti nell’arco alpino orientale, e di classificarlo come unicum nel panorama, in continuo deperimento, dei ghiacciai. A dirlo il monitoraggio primaverile del ghiacciaio occidentale del Montasio, studio condotto dall’equipe dell’Università degli Studi di Udine guidata dal professor Federico Cazorzi, con la collaborazione del personale della Struttura stabile centrale per l’attività di monitoraggio del manto nevoso e del rilievo dei fenomeni valanghivi del Corpo forestale regionale e della Stazione forestale di Tarvisio, con il supporto logistico della Protezione civile regionale.

L’evoluzione del ghiacciaio viene monitorata da oltre 15 anni con due specifici rilievi, in primavera e in autunno. «Questa tendenza è cominciata intorno al 2006», spiega dunque il professor Cazorzi: «da quel momento, il ghiacciaio ha iniziato a perdere molto meno. In alcuni anni ha addirittura recuperato massa. Quindi ha avuto bilanci poco negativi e, in alcuni anni, ci sono stati bilanci anche positivi, anche significativi».
Nonostante sia situato a una quota modesta, compresa tra i 1.860 e 2.050 metri (è quello a quota inferiore di tutto l’arco alpino) il piccolo ghiacciaio, dell’estensione di circa sette ettari, ha manifestato nel tempo elevate doti di resilienza dovute principalmente a diversi fattori tra loro affini: la sua esposizione a nord, in una nicchia riparata dalla radiazione solare, così come la sua continua alimentazione dalle valanghe che si originano nei versanti soprastanti, e infine la presenza di detriti rocciosi in superficie che isolano il ghiaccio sottostante, rallentandone la perdita di massa per fusione. «All’inizio degli anni Duemila», prosegue Cazorzi, «il ghiacciaio si è ritirato sul fondo della sua nicchia, perdendo la sua linea panciuta ma guadagnando una maggiore difesa nei confronti della radiazione solare. Così ha mostrato una capacità di resistere molto più alta rispetto a quella degli altri ghiacciai».

L’esecuzione delle operazioni previste sul ghiacciaio del Montasio ricade nell’ambito del monitoraggio nivologico e glaciale dei ghiacciai alpini, attività essenziale per permettere una migliore comprensione dei cambiamenti climatici in atto e mitigare i rischi idrogeologici. La misura di fine maggio serve a determinare il volume di accumulo di neve invernale. In attesa di elaborare i dati topografici di precisione, un dato preliminare è lo spessore del manto nel punto in cui si effettua la misura di densità in trincea. Il valore massimo registrato dal 2009 è stato di 740 centimetri (anno 2011), il minimo di 310 centimetri (anno 2022). Nel 2026 è stato misurato uno spessore di 400 centimetri, ma la misura è stata anticipata di circa dieci giorni rispetto alla data usuale, il che rende il valore in linea con il record negativo del 2022, risultato di un inverno con precipitazioni nevose molto scarse e tardive.
Su tutti i ghiacciai monitorati le misure sono complessivamente mirate al calcolo dei bilanci di massa annuali che, associati ai dati meteorologici, offrono un quadro preciso dell’evoluzione dei corpi glaciali e del clima nelle aree alpine.
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