Ghiacciai, il geofisico: «L’effetto fisarmonica del permafrost provoca crolli, va monitorato»

Roberto Francese: «Con gli anni è diventato sempre più profondo lo strato di roccia attivo, quello che d’estate si scongela e d’inverno si ricongela La Marmolada? Attraverso dei modelli vogliamo capire il livello di pericolo»

Francesco Dal Mas
La colata di Croda Marcora vista dalle Cinque Torri
La colata di Croda Marcora vista dalle Cinque Torri

Il permafrost, con l’effetto fisarmonica, rende sempre più instabili le pareti dolomitiche. Per questo motivo è da monitorare con estrema puntualità. Lo stesso va fatto con i ghiacciai, quello della Marmolada in particolare. Lo sottolinea Roberto Francese, docente del Dipartimento di Scienze chimiche, della vita e della sostenibilità ambientale dell’Università di Parma, membro del Comitato Glaciologico Italiano ed esperto di geofisica in ghiaccio.

Lei studia la situazione del permafrost sulle Alpi. I crolli dipendono dalla carenza di questo “collante”?

«I crolli sono parte della dinamica normale delle nostre montagne. Ultimamente ne osserviamo molti di più e diciamo che la chiave è un po’ la degradazione del pemafrost».

Qual è lo stato di degrado del Piz Boè, dove si trova l’unica stazione Arpav che rileva il movimento?

«Nel 2007 la base del terreno permanentemente ghiacciato aveva una profondità di 30 metri. E fino a 3 metri dalla superficie topografica la roccia era tutta ghiacciata. Questo strato di ghiaccio nel giro di 15 anni si è ridotto a quasi un metro. Cioè lo strato attivo, quello che d’estate si scongela e d’inverno si ricongela, è diventato sempre più profondo. E la base della parte permanentemente ghiacciata si è progressivamente alzata verso la superficie. Adesso queste due superfici quasi si toccano per cui il permafrost al Piz Boè è sostanzialmente sparito».

La quota del Piz Boè è intorno ai 3 mila metri. È da ritenere che il medesimo processo di scongelamento colpisca tutte le alte quote fino ai 3 mila metri, magari anche sotto?

«Presumibilmente sì. Dal Pelmo a Croda Marcora, evidentemente. Considerando i crolli».

E sulle Tofane, visto quanto è accaduto nei giorni scorsi.

«A Ra Valles, però – sempre sulle Tofane, ma a quota più bassa – troviamo ancora del permafrost, probabilmente per la particolare posizione di quel sito che stiamo monitorando. Al bus di Tofana abbiamo collocato un sistema di monitoraggio grazie al quale abbiamo individuato che c’è ancora del terreno completamente ghiacciato. Grazie, probabilmente, a un microclima particolare, dovuto alla protezione dal sole. C’è una specie di frigorifero, in virtù anche dell’impianto. Il sistema di monitoraggio ci serve per comprendere l’evoluzione del permafrost. Comunque si tenga presente che i crolli ci sono sempre stati sulle Dolomiti, anche più disastrosi di quelli di oggi».

E le colate?

«Pure. I ghiaioni derivano dal grande materiale che scende con la degradazione estiva del permafrost. La pulizia degli invasi, da Acquabona a Cancia, non si fa una volta per tutte. Deve essere costantemente ripetuta. I problemi sono ancora più gravi sulle Alpi Occidentali, che come Università continuiamo a monitorare. Attenzione, il permafrost non è del tutto scomparso. Ce n’è ancora, anche sulle nostre Dolomiti. È l’effetto fisarmonica, a preoccupare».

L’effetto fisarmonica?

«Fino a qualche tempo fa la degradazione si sviluppava dentro i primi quattro metri, adesso penetra – con l’effetto fisarmonica – dentro i primi dieci metri della parete. E quindi aumenta l’instabilità all’interno della montagna. Il che favorisce i distacchi perché non è più la pelle della montagna che muta, ma c’è qualcosa che penetra dentro il corpo. È qualcosa che riguarda gli organi interni. Un tempo non c’erano collassi importanti, ma superficiali, oggi sì. E con il cambiamento del clima, aumenterà la frequenza di questi eventi. E progressivamente si ritornerà a un nuovo equilibrio».

Lei sta studiando anche il ghiacciaio della Marmolada. Quest’estate è stata semplicemente disastrosa…

zIn effetti a fine settembre, quando ci sono stato l’ultima volta, ho riscontrato che, nonostante fossimo già in autunno e ci trovassimo a 3. 200 metri, il ghiacciaio continuava a fondere. Sulla Marmolada, sono andato con mia madre nel 1980 e avevo 15 anni. Al Pian dei di Fiacconi arrivava il ghiaccio. Adesso bisogna salire di qualche centinaio di metri; il versante è completamente pulito. Abbiamo verificato la situazione di Punta Penia, sia dall’elicottero che attraverso i droni. C’è ancora una specie di ghiacciaio incastrato in una gola. Siccome anche quello è un crepaccio mediano, simile a quello del collasso del 2022, sulla parte di Punta Rocca stiamo costruendo dei modelli per capire cosa potrebbe accadere».

Cosa potrebbe succedere?

«Per il momento abbiamo fatto il rilevo dello spessore del ghiaccio, abbiamo la forma della roccia e abbiamo la presenza dei crepacci. Realizzeremo degli scenari con diverse presenze di acqua in questi crepacci per vedere se andiamo in condizioni di instabilità. Nel 2024 abbiamo fatto delle misurazioni col termometro nel ghiaccio a monte della scarpata del collasso del 2022. Abbiamo fatto un buco e siamo arrivati fino alla roccia, inserendo dei termometri. La base in agosto era sotto lo zero, era a meno tre gradi e mezzo, quindi vuol dire che lì la parte alta, quella che non è collassata, era incollata sostanzialmente alla roccia. Quindi quel ghiaccio lì è ancora un ghiaccio freddo, non un ghiaccio temperato, un ghiaccio in cui durante la fusione non c’è acqua alla base».

Quale influenza ha il riscaldamento su i nostri ghiacci?

«I ghiacciai sono dei termometri climatici perfetti. Basta un minimo cambiamento di temperatura e avanzano, un minimo aumento di temperatura e si ritirano. Hanno una risposta immediata, non hanno inerzia del sistema, rispondono istantaneamente. E rispetto al 1850, noi abbiamo 5 gradi in più».

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