La neve non basta più: così Veneto e Friuli Venezia Giulia stanno reinventando la montagna d’inverno

Dalla pista da sci sintetica del Nevegal alla Val Pesarina che immagina un futuro meno dipendente dalla neve, passando per l’innevamento artificiale delle Dolomiti e la montagna “quattro stagioni” del Friuli Venezia Giulia: ecco le strategie contro il cambiamento climatico

Elia Cavarzan
Giochi olimpici Milano Cortina 2026, Valtellina senza neve

Quando si può sciare, è sempre bello. Anche quando sotto gli sci non c'è la neve.

Sul Nevegal, sopra Belluno, la prova provata arriva da una pista sintetica che potrebbe permettere di anticipare la stagione e di allenarsi anche quando le temperature non consentono di avere un fondo innevato, naturalmente o artificialmente.

A testarla è stato Tomaz Bertok, maestro di sci sloveno iscritto anche al Collegio del Veneto, salito sul Colle con un altro allenatore per valutare la pista in vista di un'iniziativa che potrebbe portare una quarantina di maestri ad allenarsi qui già a ottobre.

La pista, installata da Dolomiti Ski Line nell'autunno del 2025, sembra avere un’ottima pendenza e il materiale viene giudicato positivamente. Qualcosa, però, va sistemato: l'erba che cresce tra le piastre, alcune gobbe e soprattutto la scorrevolezza. «Il principio è lo stesso delle piste da sci con la neve: più sono lisce e levigate e meglio si scia», osserva Bertok.

Stadio del Fondo di Lago di Tesero
Stadio del Fondo di Lago di Tesero

Il problema, però, non è soltanto tecnico. La pista è stata aperta una sola volta, nel dicembre scorso, per una manifestazione con gli sci club. Poi è rimasta chiusa. La richiesta per l'apertura è stata presentata e il procedimento, che coinvolge Ministero e Provincia, è ancora legato agli aspetti autorizzativi dello skilift che dovrebbe servirla.

E così una struttura pensata per consentire di sciare quando la neve non c'è si trova, paradossalmente, davanti a un ostacolo che con la neve ha poco a che fare: riuscire ad aprire.

Il Nevegal racconta però qualcosa che va oltre la vicenda di una singola pista e del come il mondo dello sci potrebbe cambiare nel corso dei prossimi anni.

Sciare senza neve, sul Nevegal la pista sintetica
La redazione
Il test sulla pista

Ci si trova, inevitabilmente, davanti a una domanda che riguarda ormai buona parte della montagna alpina: che cosa si fa quando la neve non è più una certezza?

Le risposte, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, sono diverse e aiutano a riflettere su turismo alpino, cambiamento climato e resilienza delle comunità montane.

C'è chi prova a sciare senza neve, chi investe per produrla, chi cerca di “costruire" una montagna capace di vivere dodici mesi l'anno e chi, più radicalmente, comincia a immaginare il turismo senza lo sci.

Nevegal: sciare anche senza neve

La pista sintetica del Nevegal è la risposta più immediata. Non sostituisce la montagna innevata, ma può consentire di utilizzare un'infrastruttura sciistica anche in periodi nei quali la neve non c'è.

Nevegal, la pista sintetica
Nevegal, la pista sintetica

È una soluzione pensata soprattutto per l'allenamento e per allungare la stagione. L'idea di portare in montagna una quarantina di maestri nel mese di ottobre va proprio in questa direzione: trasformare un periodo tradizionalmente morto per lo sci in una possibile occasione di attività.

L'opera fa parte del pacchetto di interventi da 1,2 milioni di euro finanziato dal ministero del Turismo per il rilancio del Nevegal. Il passaggio successivo, però, è renderla realmente utilizzabile con continuità - perché una pista sintetica funziona soltanto se è aperta. E il tema è destinato a diventare sempre più centrale: non soltanto trovare alternative alla neve, ma riuscire a sfruttarle quando servono.

Val Pesarina: immaginare la montagna senza sci

In Carnia la domanda è stata posta in maniera ancora più radicale. La Val Pesarina è stata scelta come area pilota del progetto europeo Beyond Snow, nato per aiutare le località alpine più esposte alla diminuzione dell'innevamento a costruire un futuro meno dipendente dalla neve.

Qui non si è partiti dalla domanda su quale nuova infrastruttura sciistica costruire. Si è cercato piuttosto di capire quale potrebbe essere la valle del futuro.

Tra il 2022 e il 2025 sono stati organizzati laboratori con la popolazione, gli operatori economici del territorio e i giovani, insieme ad analisi climatiche e sperimentazioni sul territorio: uno dei percorsi ha provato a immaginare la Val Pesarina del 2040, chiedendosi quali abitanti e quali visitatori attirare e, soprattutto, che cosa potrebbero cercare.

La direzione è quella di un turismo meno legato agli sport invernali e più al paesaggio, alla mobilità lenta, alla qualità dell'abitare e alle attività che possono funzionare anche senza neve. Tra le azioni previste dal progetto c'è, per esempio, una rete di servizi per il cicloturismo con punti di sosta e ricarica per le e-bike, pensata anche per collegare la valle ai percorsi ciclabili della Carnia.

È un cambio di prospettiva importante. La neve non viene necessariamente considerata qualcosa da sostituire con un'altra neve, artificiale o sintetica. Si prova invece a costruire un'offerta eco-sistemica capace di funzionare anche quando l'inverno cambia.

Dolomiti venete: la corsa a produrre la neve

Più in alto, nelle Dolomiti, la risposta è per ora molto diversa. Se la neve naturale diventa meno affidabile, l'obiettivo è riuscire a garantire quella programmata.

Ad Arabba-Marmolada, per la stagione 2025-26 sono stati previsti importanti interventi sul sistema di innevamento: sulla pista Salere è stato ammodernato l'impianto con un investimento di 650 mila euro, mentre sulla Marmolada è previsto un intervento da 5 milioni per rinnovare il sistema di innevamento dal Passo Fedaia fino a quota 2.800 metri.

A Cortina, in vista delle Olimpiadi Milano Cortina 2026, è stato invece realizzato un sistema di derivazione idrica dal torrente Boite destinato ad alimentare il bacino di Po' Drusciè e quindi il sistema di innevamento del comprensorio Socrepes-Pocol-Tofana.

 

Predazzo, cannone sparaneve
Predazzo, cannone sparaneve

Sono interventi che raccontano l'altra faccia dell'adattamento: non cambiare il prodotto, ma cercare di rendere più controllabile la variabile che lo condiziona.

La questione, naturalmente, non è soltanto tecnica. Per produrre neve servono temperature adeguate e acqua, oltre a infrastrutture e investimenti. Ed è proprio per questo che la neve programmata non cancella il problema climatico: prova a renderlo gestibile.

Anche il dibattito pubblico si sta spostando su questo terreno. Nel dossier Nevediversa 2026 Legambiente censisce in Veneto 27 impianti sciistici dismessi e altri 12 che, secondo l'associazione, continuano a funzionare grazie a interventi economici straordinari.

La montagna, insomma, sta sperimentando contemporaneamente due strade: investire per mantenere lo sci dove le condizioni lo consentono e interrogarsi su che cosa fare dove invece quel modello diventa sempre più difficile da sostenere.

Piancavallo e Tarvisio: la montagna quattro stagioni

In Friuli Venezia Giulia la risposta passa anche dalla diversificazione.

I comprensori non vengono più pensati soltanto come luoghi dove arrivare con gli sci ai piedi. L'offerta turistica comprende escursionismo, ciclismo, bike park, trekking, attività per famiglie, wellness e altre esperienze che possono essere proposte in stagioni diverse. Il portale turistico regionale organizza infatti l'offerta della montagna per tutte e quattro le stagioni e comprende, accanto allo sci, attività come bike, escursionismo, cultura, benessere ed enogastronomia.

Il comprensorio sciistico di Piancavallo
Il comprensorio sciistico di Piancavallo

È una trasformazione che interessa località come Piancavallo e Tarvisio, dove gli impianti di risalita possono diventare anche strumenti per portare in quota chi non scia. Il principio è semplice: se l'impianto funziona soltanto quando c'è neve, il suo periodo di utilizzo si restringe; se invece serve anche a escursionisti, ciclisti e visitatori, la stessa infrastruttura può produrre valore per una parte molto più ampia dell'anno.

Il concetto di montagna “quattro stagioni”, quindi, non è soltanto uno slogan turistico, diventa una risposta economica a una stagione invernale che non può più essere data per scontata.

Così facendo, cambia anche il modo di pensare il turista. Non necessariamente lo sciatore che arriva per una settimana bianca, ma il visitatore che può scegliere la montagna in estate, in autunno, in inverno o in primavera, magari per ragioni completamente diverse.

Quando l'adattamento significa cambiare modello

Poi ci sono le località nelle quali il problema non è più come salvare una pista, ma che cosa fare quando una pista non riesce più ad avere un sostenibilità economica tale da garantire la copertura dei costi di gestione e del personale.

Il caso più evidente è quello degli impianti dismessi. Il dossier Nevediversa 2026 di Legambiente ne censisce 273 sull'intero arco alpino e appenninico; in Veneto – come poco prima ricordato - sono 27. A questi comprensori fermi, l'associazione ha introdotto quest'anno la categoria degli “edifici sospesi”, strutture ricettive, turistiche o produttive sottoutilizzate. Dei giganti con i piedi d’argilla che di anno anno restano in balia dell’innalzamento delle temperature in quota.

Predazzo, impianto di risalita
Predazzo, impianto di risalita

Dietro ogni impianto chiuso c'è una storia diversa. Non sempre la causa è soltanto il cambiamento climatico: ci sono problemi economici, costi di gestione, infrastrutture obsolete, difficoltà demografiche e scelte imprenditoriali. Ma il clima modifica ed influisce pesantemente il quadro nel quale queste decisioni vengono prese.

È qui che il tema della resilienza diventa più interessante, e le buone pratiche tra Veneto e Friuli Venezia Giulia ne sono la prova, perché adattarsi non significa necessariamente trovare il modo di continuare a fare esattamente quello che si faceva prima.

A volte significa spostare la stagione, a volte produrre neve, a volte sciare su una superficie sintetica. E altre volte ancora significa accettare che una parte della montagna non sarà più una stazione sciistica e trovare per quella stessa montagna un'altra funzione.

Base jumping al Monte Brento, vicino a Dro, nelle Dolomiti
Base jumping al Monte Brento, vicino a Dro, nelle Dolomiti

È probabilmente questa la vera partita che si sta aprendo sulle Alpi orientali. Non una sfida tra chi è favorevole o contrario allo sci, ma una questione molto più concreta: quale turismo può funzionare in una montagna nella quale l'inverno non assomiglia più a quello di qualche decennio fa?

Il Nevegal, con il suo nastro verde ancora da aprire davvero, è un piccolo esempio di questa transizione. La Val Pesarina ne sperimenta una versione diversa. Le Dolomiti provano a garantire la neve con l'acqua e la tecnologia. Piancavallo e Tarvisio cercano di distribuire il turismo lungo tutto l'anno. Gli impianti abbandonati mostrano invece cosa accade quando il cambiamento arriva prima della risposta.

La montagna, in fondo, non sta scegliendo una sola strada. Le sta provando tutte.

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