Veneto Banca, una storia ancora da capire: «Serve un libro per insegnare cosa è davvero accaduto»

L’ex presidente Favotto: tra finanza, politica e giustizia, perché il crac non può essere spiegato con una sola causa

La redazione

«Vorrei scrivere un libro didattico, magari assieme ad altri colleghi, che tragga insegnamenti concreti da singoli passaggi di Veneto Banca dal 2013 al 2025. La mia esperienza diretta di 18 mesi di presidenza si applica in verità a più di 15 anni di vita della banca fra operazioni antiche e sviluppi recenti. La prospettiva storica è indispensabile per esprimere pareri sui singoli fatti».

Professor Favotto, cosa insegnerà questo libro?

«In questi anni di vicissitudini giudiziarie, da cui sono uscito indenne anche grazie ai miei difensori - per la parte penale il professor Marco Zanotti di Bologna aiutato dal dottor Marcello Stellin di Treviso e per quella civilistica il professor Stefano delle Monache di Padova - mi sono reso conto della distanza fra la scolastica d'aula universitaria e la realtà concreta della finanza e dell’economia, le quali sono potere e politica non solo metodo e tecnica. Ho vissuto esperienze - ad esempio riguardo al valore delle azioni, alle cosidette baciate, all'insolvenza, alla bancarotta, all'usura, al credito, alle cifre dell'audit, ai diversi ruoli nelle banche e nei tribunali, ecc. - in cui si sono scontrate scuole di pensiero, centri di potere, istituzioni pubbliche, studi professionali, giornalisti, esperti e così via che si prestano ad essere trattate come casi di studio in un'aula universitaria».

L’anno prossimo, il 25 giugno, saranno dieci anni dal decreto legge che pose Veneto Banca e Popolare di Vicenza in liquidazione coatta amministrativa. Una distanza cronologica che forse ci aiuta anche a ragionare anche del presente.

Ad esempio, allora erano in difficoltà sia le venete che Mps. Dieci anni dopo, le prime non esistono più, mentre l’istituto oggi guidato da Luigi Lovaglio ha scalato Mediobanca avvicinandosi così al forziere Generali. Perché?

«Montepaschi è sempre stata più grande, organica al sistema, più vicina alla politica, con al suo interno manager competenti e non viveva dello spirito localistico delle venete con invidie come sono state quelle, davvero forti, fra Vicenza e Montebelluna, dove il dualismo Zonin-Consoli aveva un potere condizionante. Sul localismo ad esempio mi ricordo che quando proposi nel 2015 lo spostamento della sede legale di Veneto Banca a Padova ricevetti una unanimità di dissensi, dentro e fuori della banca. Non c'era partita».

Lei in passato ha già sostenuto che per ricostruire la fine delle ex popolari venete non bisogna avere un’ottica troppo localistica. In che senso?

«Il ruolo di Bankitalia, Bce e ministero dell’Economia fu decisivo. A inizio 2017 l’allora ministro Padoan si trovò a trattare con l’Europa con tre nodi da sciogliere: il grande debito pubblico nazionale, la crisi di Mps e quella delle popolari venete. In quella trattativa non poté salvare tutto, furono sacrificate Vicenza e Montebelluna. Anche se a gennaio il governo Gentiloni aveva approvato il decreto di ricapitalizzazione precauzionale delle venete e a marzo aveva garantito 10 milioni di Tremonti Bond. Fra l’altro a Roma il loro destino veniva percepito come inscindibile e non si concepiva proprio di salvare Montebelluna, che non era messa così male, chiudendo Vicenza. Poi in due mesi la Bce dichiara le venete “likely to fail” e impone la strada della liquidazione coatta».

Ma è acquisita la tesi che la banca è fallita per il credito facile.

«Spiegavo fin dal 2017 che è una tesi insufficiente, quasi sbagliata. Da un lato gli Npl di Veneto Banca nel 2014 erano nella media delle banche simili, nel 2017 Intesa Sanpaolo si è presa la parte dei crediti buoni e le cifre dei crediti ritenuti colpevoli del fallimento nel processo di bancarotta oggi a Treviso, circa 270 milioni, sono minime rispetto al totale dei crediti erogati alla clientela: 26,4 miliardi nel bilancio 2013, 23,8 nel bilancio 2014. È una tesi di comodo e non basta fermarsi là».

E l’interazione con gli organismi regolatori? Bankitalia e poi Banca centrale europea, Consob. Materia viva per il suo futuro libro, sembrerebbe.

«Oggi Banca d'Italia e Consob, dopo la tensione altissima in Commissione Casini nel 2017-18, sembrano coordinarsi meglio. Non così nella reciproca informazione del 2013 e 2014 e nei provvedimenti conseguenti. Bankitalia procedeva per moral suasion e ammetteva di conoscere solo una parte della realtà. Un esempio? La questione delle cosiddette baciate. Documenti della Popolare di Vicenza mostrano che Bankitalia ne aveva consapevolezza da tempo salvo poi dire in Commissione Casini che le aveva “scoperte” in Veneto Banca nella ispezione del 2013. E la Bce? Quando nel novembre 2014 prese in mano la Vigilanza sulle popolari venete, al primo incontro a Francoforte ci viene detto: “D’ora in poi voi parlate solo con noi”. E fu la Bce a opporsi sia nel 2014 sia nel 2016 alla fusione con Vicenza, mentre Bankitalia era a favore».

A un certo punto in questa vicenda irrompe la magistratura. Ad esempio clamorosa, il 17 febbraio 2015, la perquisizione della sede di Veneto Banca ordinata dalla Procura di Roma. Il ruolo dei tribunali qual è stato?

«Ricordo che fu una perquisizione a favore di telecamere e realizzata a mercati aperti. E tra l'altro con risultati operativi quasi nulli. Peggiorò sia il clima di fiducia verso la banca sia le dinamiche interne al cda, dove si aprì la stagione del “si salvi chi può”. In generale, poi, la verità giudiziaria non si avvicina alla verità storica, è un altro mondo che vive di dinamiche sue proprie. Nel labirinto delle norme, tutti gli attori perorano la propria causa dando un’interpretazione interessata alla complessità delle vicende. Inoltre ogni Procura va per conto proprio, con tempi, modalità e forme diverse. Per Veneto Banca, come non ricordare il viaggio di quella documentazione così corposa fra Roma e Treviso nel 2016 e 2017?

Senza trascurare il fatto che avvocati e consulenti danno a propria volta vita a un mercato che ha una grande forza inerziale. Io tutto questo labirinto l’ho attraversato tutto: ad esempio per sei anni sono stato indagato di usura per l’ammontare di 64,92 euro dopo l’esposto di un azionista della Popolare di Intra, controllata di Veneto Banca. Solo dopo sei anni un magistrato mi ha prosciolto. E ho subìto richieste di rimborso danni da soci con propri referenti nel cda che adottò le scelte incriminate».

Il ruolo della politica, e nello specifico della politica regionale, qual è stato?

«Nell'aprile 2014 nel no della banca alla incorporazione in Vicenza la Regione contribui nella chiave dell'autonomia che verrà votata dal Consiglio regionale due mesi dopo. Poi nel 2017 Veneto Banca è stata sacrificata per ragioni politiche e sistemiche, non perché fosse irrecuperabile. E quelli che hanno provato a fare i conti dicono che sarebbe costato molto meno allo Stato. Certo, la dimensione politica regionale è stata completamente assente o ininfluente».

Nove anni dopo la liquidazione restano ancora macerie. Il bilancio è di 200 mila ex azionisti danneggiati dal crac.

«Per molti le azioni di Veneto Banca erano un salvadanaio, con un valore dell'azione che cresceva di anno in anno e con dividenti pressoché certi e copiosi. Fino al 2013 era una rarità trovare azioni di Veneto Banca. Sul valore dell'azione il nostro cda nel 2015 aveva avviato un processo di riordino cominciando con un meno 20%. Poi in sede di trasformazione in Spa nel dicembre 2015 il valore era di 7,3 euro. Le cose peggiorano nel 2016 anche con l'errata tempistica voluta da Bce sui tempi della quotazione. Da una parte c’è il danno degli azionisti di Veneto Banca, dall’altra gli azionisti di Intesa San Paolo fecero l’affare del secolo».

L’assorbimento da parte di Intesa Sanpaolo di Veneto Banca e di Popolare Vicenza, per il memorabile euro, ha lasciato comunque un vuoto nel territorio?

«Lo dicono i dati di varie fonti, seppure le dinamiche dipendono anche dal ciclo economico. Dopo la liquidazione coatta delle due banche venete nel 2017 il credito alle imprese ha subìto una contrazione strutturale. Poi nel 2021-23 ha avuto una lieve ripresa trainata dalle garanzie pubbliche, mentre nel 2024-25 ha subìto unaltro calo. Il rapporto 2026 dell'Abi dice che il credito alle imprese venete tra settembre 2024 e settembre 2025 ha accusato una flessione del 3,5%, il peggior dato d'Italia. Intesa ha annesso un territorio, ha anche messo a disposizione diversi miliardi, ma le imprese venete hanno visto cambiare il credito, non è più un credito esortativo, pedagogico: criteri più rigidi, difficoltà delle Pmi con rating medio o basso, erogazioni deboli e selettive, richiesta di garanzie e di una maggiore patrimonializzazione. Insomma è una ferita che non si è rimarginata».

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