Il presidente di Leonardo: in Iran conflitto preoccupante ma nessuna terza guerra mondiale
Stefano Pontecorvo, ambasciatore e presidente di Leonardo: «In Italia si rischia una fiammata di inflazione. Se ci sarà un cambio di regime avverrà per la spinta interna, non con le bombe dai cieli»

«Quello in Iran è un conflitto localmente preoccupante, ma non scoppierà la terza guerra mondiale. L’impatto sui prezzi delle merci in Italia, invece, potrebbe essere forte nell’immediato, poi con il tempo la situazione tornerà alla normalità».
L’ambasciatore Stefano Pontecorvo, 40 anni di carriera diplomatica alle spalle, una passione giovanile per la lingua e la cultura russa, missioni in mezzo mondo, incarichi prestigiosi alla Farnesina nonché ultimo Alto rappresentante civile della Nato per l’Afghanistan dal giugno 2020, rappresentando l’alleanza anche nel processo di pace tenutosi a Doha, oggi è il presidente di Leonardo, l’ex Finmeccanica, tra le industrie italiane più all’avanguardia dal punto di vista della tecnologia. Pontecorvo, ospite di Open Dialogues for Future, la due giorni udinese di dibattiti su economia e politica, è un acuto osservatore, ai massimi livelli, del nostro tempo.
Ambasciatore, tutti sono preoccupati per il conflitto in Iran, dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele al regime degli ayatollah. Quali scenari lei ipotizza, alla luce di quanto accaduto nei primi giorni di guerra?
«È presto per dire con certezza che piega prenderà il conflitto. L’Iran è una realtà ben diversa da quella che gli Stati Uniti hanno conosciuto in passato. A Teheran ci sono poteri stratificati che convivono ma non concordano. Su una popolazione di 92 milioni di abitanti, tra gli 11 e i 12 milioni credo abbiano interesse alla sopravvivenza del regime. Con il deterioramento della situazione, qualcuno si farà quattro conti».
Ritiene dunque che, se un cambio di regime ci sarà, avverrà per una spinta interna?
«Sì. I cambi di regime non avvengono mai per i bombardamenti dai cieli».
L’operazione avviata da Usa e Israele quanto potrebbe durare?
«Andrà avanti fino in fondo, finché americani e israeliani non avranno raggiunto i loro obiettivi o qualche risultato, almeno alcune settimane. Entro l’estate le ostilità cesseranno, perché poi comincerà la campagna elettorale in America per il Mid Term».
Alcuni analisti imputano a Trump e Netanyahu di non avere una strategia definita. Lei cosa pensa a proposito?
«Stati Uniti e Israele hanno le idee chiare su cosa fare, non ci sono dubbi. Questo è un conflitto localizzato che preoccupa, ma non sarà la miccia per la terza guerra mondiale. Trump ha dimostrato capacità di azione, dal Venezuela in poi».
La reazione dell’Iran, con il lancio di missili in molti Paesi dell’area, era attesa in queste dimensioni o è stata una sorpresa?
«La capacità militare iraniana è largamente sconosciuta. La base industriale e tecnologica è assai più avanzata di quello che si pensi in Occidente. Dispongono di aerei, droni e cyber attacchi a sufficienza, per il momento. Ma non potranno reggere a lungo la pressione».
Come estrema ratio è ipotizzabile un intervento di terra degli americani o degli israeliani?
«Non lo vedo. Trump non può permettersi di avere vittime per una guerra che negli Stati Uniti è impopolare».
L’Iran sostiene di avere il controllo dello stretto di Hormuz, da dove passa il 20% del petrolio mondiale: un guaio per tutto il mondo?
«C’è un duplice aspetto da sottolineare: la chiusura dello stretto strangola noi, ma fa male anche ai cinesi, principali compratori del petrolio del golfo. Gli iraniani hanno dichiarato che le navi di Pechino saranno lasciate passare e ciò potrebbe cambiare le carte in tavola. Bisogna capire fino a quando saranno in grado di controllare Hormuz».
Intanto in Italia è già scattata la corsa al rialzo dei prezzi, a partire dalla benzina...
«L’impatto inflattivo, nei primi tempi, potrebbe essere importante, si rischiano aumenti di tutte le merci, non solo dei carburanti, perché sono già andati alle stelle i costi dei noli e delle assicurazioni delle navi che fanno quella rotta. È una situazione da seguire con grande attenzione, ma penso che dopo la fiammata, le cose torneranno alla normalità».
L’Unione europea anche stavolta non si è dimostrata unita. Nello scacchiere mondiale siamo irrilevanti?
«Già, l’Europa. E dove sarebbe? La realtà dei fatti dice che se il Novecento è stato il secolo delle democrazie, questo che stiamo vivendo è il secolo delle grandi potenze, con Usa da una parte e Cina dall’altra. L’Europa deve ancora capire cosa fare da grande, cioè se vuole diventare una potenza, trovando il modo di parlare con una voce sola. Certo, anche continuare così è una scelta: del resto in Europa non si vive male, anzi siamo il posto più civile al mondo. Però dobbiamo avere ben chiaro che tutto è cambiato: Trump è stato il sismografo, non il terremoto».
La Cina è il competitor mondiale degli Usa. Ma lo sviluppo cinese può avere qualche limite?
«Per capire l’importanza della Cina bisogna monitorare la sua banca centrale, non l’esercito. Del resto i cinesi non hanno mai invaso nessuno, ma alla lunga, la mancanza di democrazia può essere un limite alla loro crescita economica».
Intanto non sembra vicina nemmeno la fine della guerra in Ucraina. Quali soluzioni potrebbero mettere d’accordo le parti?
«Due cose sono da dire. Nessuno va in guerra se non per motivi di vitale importanza. E nessuno va alle trattative se pensa di poter vincere sul campo. È stata una guerra di aggressione da parte della Russia, bisogna provare a convincere Mosca che non può spuntarla sul terreno e trovare soluzioni accettabili da entrambe le parti. Tra Russia e Ucraina penso che non si tratti solo di una questione di cessione o meno di territori, ma che le ragioni del conflitto siano più profonde».
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