L’Iran cambia in corsa i piani di guerra: punta a un conflitto lungo e globale

Il timore del regime è che il Paese non possa reggere l’impatto militare e il dissenso: da qui la strategia per far durare e allargare lo scontro dividendo l’opinione pubblica Usa

Renzo GuoloRenzo Guolo
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian (foto Agf)
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian (foto Agf)

L’Iran sembra cambiare approccio alla guerra. Così, almeno, pare indicare il discorso di Pezeshkian, a nome del comitato di transizione che guida il paese.

Il presidente iraniano afferma che il suo paese non attaccherà più i paesi della regione, se questi non parteciperanno alla guerra preventiva voluta da Donald Trump e Benjamin Netanyahu e che interdirà il vitale stretto di Hormuz solo a navi americane e israeliane.

Perché questo cambiamento di strategia? I risultati che la Repubblica Islamica voleva ottenere sono forse stati raggiunti? Oppure, per il timore di non poter reggere un attacco concentrico così massiccio da provocare non solo la fine di ogni capacità di deterrenza – legata all’arsenale missilistico prima ancora che futuribile nucleare –, ma lo stesso tracollo del regime, i duri e puri hanno ceduto il passo ai realisti? Lo si vedrà nei prossimi giorni.

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Sin qui Teheran ha supplito all’evidente divario militare con Usa e Israele destabilizzando la regione. Mossa prevedibile: il timore del regime è che il paese non possa reggere un impatto militare così duro e, contestualmente, un dissenso interno così acuto, tanto più se alimentato da una catastrofe bellica che investe anche la popolazione. Da qui, la convinzione di avere una sola chance a disposizione: far durare, e allargare, il conflitto. Mobilitando gli alleati, vedi il sacrificio chiesto a Hezbollah, chiedendo informazioni di intelligence alla Russia , cercando di ottenere tecnologie e materiali della Cina.

Soprattutto, colpendo gli alleati regionali degli Stati Uniti, e di Israele, perché premano su Trump per mettere fine alle ostilità. Così, droni e missili sono caduti sui paesi Golfo.

Poco importa se pochi di quei colpi sono andati a segno: in un’area così calda un solo drone, o un barchino esplosivo, può generare il panico sui mercati mondiali, far schizzare alle stelle il prezzo del petrolio e del gas, infiammare l’inflazione e dare il via a una recessione globale.

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Tenere sotto tiro i paesi del Golfo mette a rischio, oltre che le loro consolidate rendite energetiche, la loro aspirazione a essere artefici di nuovi paradisi finanziari, dorati regni del lusso, luccicanti mete del turismo globale.

La guerra iraniana si è combattuta, così, più che sui cieli di Teheran, su quelli del Qatar, del Kuwait, degli Emirati, dell’Arabia Saudita, del Bahrein: o nelle acque di Hormuz. Il sopravvissuto gruppo dirigente di Teheran ritiene che Trump non possa reggere a lungo il malcontento dell’elettorato americano e del movimento Maga, sempre più diviso e stordito dal “tradimento” del suo mutevole condottiero. Da qui la strategia , apparentemente suicida, di moltiplicare nemici e fronti.

Creare il caos, dividere l’ opinione pubblica americana e far balenare il fantasma della sconfitta trumpiana a Midterm, accentuare ulteriormente il divario tra due sponde dell’Atlantico mostrando alle opinioni pubbliche europee che pagheranno comunque il prezzo della guerra: economicamente e in termini di sicurezza.

Così l’Iran ha cercato di non lasciarsi ridurre a teatro di guerra locale e affermato, a suon di missili e droni, che non avrebbe guardato smantellare il suo regime senza portare a fondo con sé anche i vicini. Nella convinzione che se Usa e Israele non dispongono di una reale alternativa in stile “venezuelano” – nessun regime cade solo per effetto di una guerra dall’aria, pur distruttiva come quella in corso –, il conflitto si giocherà sul fattore tempo.

Se resistesse per mesi, il regime – ormai nelle mani del blocco militareligioso imperniato sui Pasdaran, che vogliono imporre come Guida Suprema il figlio di Khamenei, Mojtaba, affine alla loro visione della politica –, potrebbe rovesciare nel cuore dello schieramento nemico le contraddizioni politiche ed economiche della guerra. La “svolta” enunciata da Pezeshkian, avviene in questo quadro. In cui alcuni invocano discontinuità e altri vogliono sia Crono a decidere.

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