Le scelte dei sindaci che salvarono vite: «Chiudere le fabbriche fu una decisione fondamentale»

Le testimonianze di Roberto Padrin, Silvia Tormen e Marco Staunovo Polacco a otto anni dal sisma idrico: evacuazioni, buio ed opere di prevenzione

Marcella Corrà
La visita nel Bellunese di Mattarella nel marzo del 2019: il Presidente sorvolò sulle aree colpite da Vaia
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«È stato uno dei momenti più difficili vissuti come sindaco di Longarone e come presidente della Provincia, qualcosa di inimmaginabile, ma è stato anche uno straordinario esempio di collaborazione tra enti e istituzioni, mai come in quei giorni capaci di comprendere il pericolo che stava arrivando e fare scelte difficili, anche impopolari, ma che hanno salvato vite umane».

Il ricordo dei giorni di Vaia di Roberto Padrin è un intreccio di decisioni, riunioni, nottate in bianco, sopralluoghi, ansie per il destino dei propri cittadini ma anche della propria famiglia. «Ricordo la domenica pomeriggio, il 28 ottobre, quando ho contattato gli amministratori delegati delle principali fabbriche dell’area industriale di Longarone. Le scuole erano già state chiuse, ma sulle fabbriche c’erano dei dubbi: se per caso le previsioni fossero state sbagliate e non fosse accaduto nulla, le aziende potevano chiedere dei risarcimenti per la giornata di chiusura. Ci siamo dati appuntamento alla sera per prendere una decisione, nel frattempo mi sono confrontato con Confindustria e con la prefettura.

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i danni di Vaia nel Bellunese

Alla mattina del 29, alle 7, alla luce delle previsioni confermate dall’Arpav e dal previsore Luciani, ho firmato l’ordinanza per chiudere le fabbriche dalle 12 in poi. Decisione rischiosa ma che si è rivelata fondamentale: far uscire dalle fabbriche i lavoratori alle 17, in piena alluvione, li avrebbe messi in enorme pericolo. Alle 14 la pioggia ha cominciato ad aumentare e da Longarone sono sceso a Belluno al Ccs aperto a La Rossa. Da lì non mi sono più mosso fino a mezzanotte, quando con il delegato del Soccorso alpino Alex Barattin sono tornato a Longarone, al ponte Campelli sul Piave».

In quel momento, infatti, stava passando per Longarone la piena del Piave: «Non ho mai visto il Piave così grosso ma ci siamo anche resi conto che il fiume non stava straripando».

Cosa invece che accadde in quelle stesse ore a Belluno, a Lambioi, e giù verso il Feltrino. Da Longarone a Taibon, paese che divenne in quei giorni il cuore dell’emergenza: dal 24 al 27 ottobre il mega incendio, poi il sabato mattina l’arrivo della tanta sospirata pioggia, diventata il 28 e il 29 una alluvione.

Silvia Tormen era sindaco allora e lo è anche oggi: «Abbiamo dovuto effettuare diverse evacuazioni, la prima a Col di Pra in valle di San Lucano, a causa dell’incendio: per fortuna le venti persone che abbiamo fatto spostare non c’erano quando è arrivato Vaia. Dopo l’alluvione la zona sembrava colpita da una bomba. La seconda evacuazione riguardò 50-60 persone di Forno Val, verso la fine del paese di Taibon: il torrente Tegnas era troppo ingrossato».

Il sindaco, insieme con il personale del Comune, passò di casa in casa per convincere gli abitanti della frazione a spostarsi nella palestra comunale. In municipio le vetrate vibravano come durante un terremoto: erano i massi che scendevano lungo il Cordevole e il Tegnas.

I giorni successivi sono stati molto impegnativi, per tutto il paese, mille persone senza luce per una settimana, senza comunicazioni. «C’era la fila in Comune per mettersi in contatto via radio con altri paesi dell’Agordino, per avere notizie dei propri cari».

L’enorme apporto di denaro arrivato dallo Stato e gestito dalla Regione ha migliorato la sicurezza del territorio? Ne è certo Marco Staunovo Polacco, sindaco allora come oggi di Comelico Superiore e ora presidente della Provincia: «Nel nostro Comune abbiamo potuto sistemare diverse situazioni critiche. In due o tre anni nel Bellunese si sono realizzati progetti che in condizioni normali avrebbero avuto bisogno di dieci anni di tempo».

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